08/08/12
elenco di elenchi,pseudotexting
30/07/11
23/01/10
30/08/09
laura silvestri: sottrazione
Si vive in remoti pertugi, a valle, negandoci ad ogni ascensione, quelli di noi, esigua minoranza, che l'esilio ha eletto a suoi scalcinati ministri.
Esilio dentro il regno, nel cuore stesso del territorio, negli interstizi lasciati vuoti per distrazione.
Tutto attorno è questo brulichio, questo bisogno vuoto e neutro di sopravvivere aggrappandosi all'esistenza congelata delle cose.
Dalle stanze isolate, da questa sottrazione, si distoglie lo sguardo, si ha ritegno a parlarne.
Ma ci sono visioni nella notte, quegli spazi che si aprono nel cielo a grandi altezze. Non così in alto che non ci si possa immergere e scrutarne i bordi frastagliati, là dove i limiti aprono il vuoto sgombrandolo all'ascolto.
Accadono nell'arco di molti anni e si danno a vedere dall'alto di queste montagne, centro e confine dell'esistente, entità e margine della geografia che è stata concessa.
Ma lo scrutare da tali vertici lungo i margini e dentro la materia che risuona non è dato alle maggioranze dei camminatori che qui dominano i luoghi e conoscono valli e crepe, gli sfondamenti con le croci dei precipitati, e i sentieri i boschi e tutti i tipi di fogliami digradanti e impallidenti verso il cielo.
Questi evanescenti diorama come da bocche di vulcano aperte a tali altezze nella notte ghiacciata si mostrano ai più oziosi imbiancati che per i lunghi anni inveiscono al monte, alle creste, stando immobili chiusi su sé alle pendici.
L'origine e il confine furono sempre per loro incompresa dannazione.
Ma li ripagano quelle notti – una due al passare di una vita – quando a loro spetta il cammino, veloce agilissimo, impensato, per quanto senza moto, il monte è una bestia domata, il confine s'infrange al solo fissarsi dell'occhio.
Lassù sollevati, nel vuoto gialloarancio che si apre, hanno sagome forti eppure sfasate come di chi danza controvoglia, con gambe pesanti.
- Ci sbilanciamo. Verso un'acuta striatura verdedorata, come in progressive frane, scivolamenti.
Come ascoltando il resto di lingue primitive cancellate, articolazoni, balbettii che si affacciano tra i filamenti di questo cielo gelato, noi e loro sospesi in un notturno esilio, su soglie sonore, al limitare di abrasioni, prossime afasie.
Ci facciamo sottili come lamine per risuonare a questo acceso diniego, a queste lacune e smarrimenti, mentre là al fondo la totalità delle voci si scheggia in frammenti inudibili, in scie disperse, ripercorrendo il cammino a ritroso.
Si aprono ferite nella pelle per questi suoni-scheggia, suoni-materia, e intorno è tutto un crepitare un raspare uno sgranarsi attraverso carni sconfinate di cui ci giunge il lontano interno vibrare.
Ecco l'Espressione: che s'incolla alla cornea e al cuore irrichiesta, pura, cieca passione. Il vuoto al fondo dove germogliano le voci senza suono. L'occhio si fa trasparente.
Ma come un lampo si richiude il battito silenzioso, essiccato.
A un volgere del vento, al blu striato che ci fende il capo, in quella distrazione, nel volerci custodire un equilibrio terrigno e cieco, in quella fessura. Nel sostenerci troppo umano scivola su noi rapida la cancellazione, così come precipitosa la nostra discesa ci riconsegna al silenzio oscuro giù al fondo, al nostro ritegno.
Ricondotti al parlare dei più, alla perdita, all'assenza irreparabile, siamo nuovamente clandestini. Tra quelli che parlano avendo da sempre dimenticato.
Nell'universo tornato ad essere taciturno.
04/05/07
Laura Silvestri: Canto del riflesso (dall'Antigone)
Voce di
donna - Perché non concederle quello che chiede? I mostri si espongono ai curiosi, agli insulti,
Non cercavo le carni da voi cresciute, dice parlando a sé, non alle altre, le altre, quelle, vivono in un'aria che non è più la sua, scavavo vie sul mio corpo. Combattere per svanire. Diventare trasparente
allora sì, invocherà la morte,vergognosa di sé, lordata, sporca degli sguardi e delle
Lo prendono, dice guardando a un suo vuoto, la dove stanno compressi e annullati cielo e terra e volti del prima, della vita, lo portano via, fuori dalla stanza, nel cortile, trascinandolo per le braccia come un animale che scalcia. Nell'azzurro scrostato, alla parete, sotto la foto della vecchia madre, i fori dei proiettili. Un solco. Come una frattura del tempo. Un primo segnale che la vita sta fuggendo. Mi chiama. Lui era tenero come una pianta ancora giovane, ancora cresceva e si allungava. Lui era il mio specchio. La terra dietro casa era smossa e umida per le piogge d'autunno. Seguii le tracce lasciate dai suoi stivali, come una danza di sventura. Lì ritrovo, là, nel sotterraneo della scuola. Li prego di lasciarlo andare. E' troppo giovane ancora. Possono prendere me, se vogliono. Gli squarciano il ventre, allora, davanti ai miei occhi. Mi afferrano la testa. Il collo, i capelli, la faccia. Mi immergono il volto in quel suo corpo spalancato. Troppo. Caldo. Troppo caldo. Là dentro
Alina - Eppure, se la guardo più a lungo - trattenete il vostro odio, ascoltatemi per un
Mi cacciano poi. Così, imbrattata. Barcollo. Da fuori sento ancora i suoi richiami, la voce sempre più lontana. E quel suo corpo poi lo fanno a pezzi, come fosse una giovane pianta abbattuta dalla tempesta, lo gettano in un campo a marcire sotto la pioggia. Corpo rotto. Corpo spezzato. A me, la sorella, lo specchio in cui sapeva di sé l'eleganza, il procedere leggero, a me negano il diritto di raccogliere i resti, ripulirli, nasconderli agli sguardi. Credevano, così lacerandolo, di piegarci. Ma ogni brano di quel corpo è diventato miccia, qui, piantato dentro me, germinato sotto la mia pelle e pronto per la danza finale, per la tempesta variopinta che come turbine spazzerà le pianure
Voci di donne - Adesso è il momento di finirla. Che tribunale sgangherato, incerto, è mai questo. Farsi abbindolare da una piccola commediante. Un'assassina.
L'ho detto. Portiamola in trionfo per le vie della città come lei stessa chiede. E' lei che ci si offre, il piccolo mostro catturato. Poi l'ammazzeremo.
La terra nera non ha tempo di aspettare.
L'ora della guarigione. Infine. Quale forma dare all'addio. Una struggente qualità dell'addio. Deragliare. Prendere per i campi, inseguendo l'odore di tutte le erbe di tutte le estati vissute. Diventare la risata che sale nella gola. Far perdere le tracce. Mio limpido specchio, pensavo quel giorno salendo sull'autobus
Mio limpido specchio - pensò quel giorno
salendo per l'ultima volta sull'autobus -
vado alla città del dolore ma è mattina
di gran sole oggi d'illusione di erbe profumate
di tutte le estati vissute di corse nei campi
di risate nella gola. Mio specchio mio riflesso
di giovinezza quando correvi veloce
quando poi allungavi come i miei i capelli
e quasi m'invidiavi il canto.
Lo so - diceva - è inutile l'agire
dispendio senza misura e senza approdo.
Come se in lei premessero generazioni
sconosciute. Una cripta segreta, mio specchio,
una immensa spaventevole folla
ho al posto del cuore, una nebbia.
Anche tu, infine, sei andato.
Chiudiamo allora questo assedio - pensò -
diamo oblio a queste schiere di non dimenticati
a questi resti mai inceneriti.
Così - dice - guardai nei giorni che restavano
il verde dei campi, il verde più di tutto
mancherà a questi occhi,
e il mutare della luce nelle ore
come l'alba arrivava lentamente
come alla sera si spegnevano sui volti i colori.
E notti intere ho vegliato per contare
ancora una volta i minuti nel silenzio
e portare nella mente come di lontano
i gridi si rispondono di animali spaventati eccitati
come le cose si richiamano nel buio
assicurandosi così del loro esistere.
Confine. Invidiabile licenza.
Lei non più tra i vivi, non ancora tra i sepolti
ma accesa, come se il vasto mondo
la prendesse nel suo sogno
solo allora a lei svelandolo, in dono.
Infine, mio chiaro specchio, ho preso quell'autobus.
Ma prima, nella vetrina del negozio,
a lungo ho guardato quelle bellissime
scarpe - erano rosse, erano di vernice
erano come le avevo sempre
sognate
24/04/07
Laura Silvestri: ALINA_Madri (dall'Antigone)
ALINA Madri. Eravamo. Illuminate dal figlio nella corsa. Sprofondate nei lucidi capelli della
INGA Ora ti do ragione, Alina, questo tuo parlare, benché dissennato, va dentro alla cosa,
A. Vado ai miei. Una folla. Ci vado con questa pancia posticcia. E allora? Purtroppo per voi
LANA Strana, la ragazza. Prima sussurra invasata, come l'eroe che cade ma non sa, come uno che raccoglie sulle spalle destini implacabili, oscuri. E subito dopo alza la voce,
INGA Avremo tempo, dopo. Adesso invece mi va di ascoltare. In fondo la nuova versione è più
ALINA Un'innamorata dei morti, odiosa al mondo delle madri
A. L'hai detto. Mi ripugna questo vostro piagnisteo, questo affondare i piedi nella terra biascicando preghiere. Non sono più miei docilità e lamento, vado sola all'azione, al
Laura Silvestri: A (dall'Antigone)
A. Una macchina guasta? Un corpo meccanico, ai vostri occhi allibiti? Corpo grottesco, vi dite. Perché allora non portarmi in corteo per le vie della città, esposta in una gabbia, come fossi un nano, una donna barbuta, un freak di un circo di passaggio accampato in periferia... Ma la macchina funziona. A dovere. E' corpo bruciante, esplosivo, è macchina da guerra che inghiotte il mondo e si fa beffe di voi. Non m'importa cosa farete dei frammenti di me, in che dimora trasparente andranno a rifugiarsi, nonostante voi. M'importa la battaglia. L'inutile dispendio. Vi ucciderò con le parole e con questa risata d'eccesso che vi getto addosso come fiamma. Con queste mie braccia ora levate e scoperte, denudate. Vi offro queste braccia. Come un danzatore o un acrobata vi lancio questa sfida e la battaglia avrà la grazia acuminata di un passaggio sulla corda tesa, come lama di coltello, o il segnale di un polso rovesciato nella presa. Esponetemi agli sguardi, se ne siete capaci. Sono la vostra basilissa, la vostra piccola regina. Non vedete questa macchia bianca sulla fronte, e la bella coda che mi esce zigzagando da sotto la gonna? Ma attenzione a non incrociare il mio sguardo. E soprattutto, guai al mio respiro, alle porte, alle feritoie che dalla mia pelle liberano venti e virus che spezzano le rocce. Farò nuotare il mio corpo sui fossati neri di pioggia e peserà meno di un soffio o di un canto nevoso o di fragili sculture che si sfaldano in una sola notte come gesso o ferro rarefatto.
Inga Regina dei corvi e delle cagne. Regina senza altezze e sommità, schiacciata al suolo nero. E' abietto il tuo delirare e per giunta qui, davanti a queste tombe ancora scoperchiate. Lì dentro ti voglio vedere, affondata nel fango. Seppellirai tu i nostri figli, carni infelici, carni da nascondere all'inferno degli umani, e poi, solo alla fine, ti scaverai un'inutile fossa. Inutile perché, lo sai, noi tutte ormai siamo qui per lo spettacolo, il gran botto, e i tuoi infiniti frammenti vogliamo vederli disperdersi al vento che spazza la terra fradicia come coriandoli di questo nostro lurido precoce carnevale. Sarà quella, se vuoi, la tua danza. Quanto agli occhi, li posso fissare fin da ora, vedi, e mi sembrano solo piccoli spilli opachi, minuscole paludi senza trasparenza. Non scorgo niente, là in fondo, regina fredda e nera, né il gesto del tuo polso o un tuo passo sospeso ricordano feste di seduzione. O sbaglio, donne? Ci vedete una danza, in questo suo gravido barcollare? Vi turba la sua caviglia regale? Vi fanno paura i suoi occhi? E' certo parte della pazzia che ci ha invaso che noi si ascolti questo delirio superbo. Altro ha da discutere questo tribunale, piuttosto. Qualcuna di voi chiede un'altra sorte per la macchina guasta e lorda, per la piccola bastarda?
14/04/07
Laura Silvestri: L (dall'Antigone)
I. ...ogni parte del tuo corpo avrà i segni del disastro, dell'inutile catastrofe, le braccia, le dita, il tuo ventre che già si sta sfacendo, le ginocchia, i piedi che male ti hanno condotto, lasciando tracce di sangue al tuo passaggio. Conta bene, ti dico, di quante immonde parti è composto il tuo corpo, perché alla fine del lavoro ben poco di te resterà. E prega che qualche brandello possa un giorno trovare sepoltura, che qualcuno dei tuoi vivi ti venga a reclamare
A. Sepoltura... Ne abbiamo. Di cattive morti. Senza rito. Senza saluto. Mi avessero lasciato qualcosa. Ungere il petto, le cosce, i calcagni martoriati. Fare stoffe di corteccia. Scavare nelle radici aeree di grandi alberi un letto oscillante, vegetale e puro. Mi avessero lasciato almeno le ossa, per lavarle nell'acqua tiepida. Nella cenere calda tracciare il disegno del volto. Dare. Il sonno. Pace.
L. Guarda che belle parole ti escono adesso. Pace. Ma lì, nella tua bocca nera, e
come un soffio di lebbra, inarrestabile, mortifera. E' meglio per te se non la ripeti, qui, in mezzo a noi. Un fiato osceno, impronunciabile, ha spazzato le nostre strade, dilagando, oltre finestre sigillate, e blindature, e crepe. La nostra pace è un'infinita bruna combustione. Il nostro sonno vive di macabri balli, scomposti, di un infinito spalancare bocche, sospesi nel vuoto. Ma lo sai che la città è piena di banchetti, davanti alle porte delle case, ovunque mense funebri, come se nessuno ormai potesse più vivere dentro le stanze... (...) Che dici, ti basta, o hai bisogno di altri dettagli, porzioni di orrore?
A. Nessun legame, ormai. Non potremo ricostruire. Come dire. Spiegare. Come
una straniera. Come un parlare di spettro. Se chiedono di A. dite che l'avete vista andare verso. Vado ai miei
I. Ehi, piccola bestia, attenta a parlare di parentele. Potrebbe costarti caro...(...)


