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08/08/12

elenco di elenchi,pseudotexting



atlanti di warburg richter kiefer nei sogni nominali di antiche rome presso museo di rovereto quel corpo d’angelo avvolto nel suo magico vestito verde per l’occasione il collo ricinto dalla collana prediletta frattanto a madurai cuciono mantelli per la sua anima e fasciano nudità luminose nel buissimo del tempio sulla terrazza a mondovì sale fumo dalla pipa il lavoro che non si festeggia si elimina











 postproduzione di pseudotexting

nelle epistole sevignè spinoza leibniz il lavoro non si festeggia si elimina in data naga panchami looose writing dentro un’ago dentro un’oca dentro una capra su di un’isola in mezzo all’oceano canali scrambler procedono ad un conversazione infinita ogni bellezza è una festa lei c’è dentro



folioline Recupero del testo discontinuo in frattaliche pseudo temporalità istantiformi dentro le biblioteche febbricitanti corpo se si possa enunciare qualche intento ed il suo rovescio nell’incerto disordinato procedere prolisse partizioni d’incompiutezza permanente,sviamenti da diramazioni note,altra è la storia 13 07 2012 riporta la frase 28 06 2012 allora scopiamo being beautous la storia è un’altra ,un repertorio di esempi digitato nell’apparaente casaccio di un tumblr tanto per il cominciamento finiture senza fine o fini reflektionsbildung ridicolo immediato manifestarsi di un agire privo di qualunque sostanza eterogenesi dei fini è storicità stessa dell’esserci il riso esaurisce le possibilità di impiego delle parole credere giudicare essere aphele panta,togli via techne alypios capace di guarire il dolore

30/07/11

laboratorio di lettura

voci[1]

30/08/09

laura silvestri: sottrazione



Queste montagne inestricabili sono il regno e il suo confine.
Si vive in remoti pertugi, a valle, negandoci ad ogni ascensione, quelli di noi, esigua minoranza, che l'esilio ha eletto a suoi scalcinati ministri.
Esilio dentro il regno, nel cuore stesso del territorio, negli interstizi lasciati vuoti per distrazione.
Tutto attorno è questo brulichio, questo bisogno vuoto e neutro di sopravvivere aggrappandosi all'esistenza congelata delle cose.
Dalle stanze isolate, da questa sottrazione, si distoglie lo sguardo, si ha ritegno a parlarne.
Ma ci sono visioni nella notte, quegli spazi che si aprono nel cielo a grandi altezze. Non così in alto che non ci si possa immergere e scrutarne i bordi frastagliati, là dove i limiti aprono il vuoto sgombrandolo all'ascolto.
Accadono nell'arco di molti anni e si danno a vedere dall'alto di queste montagne, centro e confine dell'esistente, entità e margine della geografia che è stata concessa.
Ma lo scrutare da tali vertici lungo i margini e dentro la materia che risuona non è dato alle maggioranze dei camminatori che qui dominano i luoghi e conoscono valli e crepe, gli sfondamenti con le croci dei precipitati, e i sentieri i boschi e tutti i tipi di fogliami digradanti e impallidenti verso il cielo.
Questi evanescenti diorama come da bocche di vulcano aperte a tali altezze nella notte ghiacciata si mostrano ai più oziosi imbiancati che per i lunghi anni inveiscono al monte, alle creste, stando immobili chiusi su sé alle pendici.
L'origine e il confine furono sempre per loro incompresa dannazione.
Ma li ripagano quelle notti – una due al passare di una vita – quando a loro spetta il cammino, veloce agilissimo, impensato, per quanto senza moto, il monte è una bestia domata, il confine s'infrange al solo fissarsi dell'occhio.
Lassù sollevati, nel vuoto gialloarancio che si apre, hanno sagome forti eppure sfasate come di chi danza controvoglia, con gambe pesanti.
- Ci sbilanciamo. Verso un'acuta striatura verdedorata, come in progressive frane, scivolamenti.
Come ascoltando il resto di lingue primitive cancellate, articolazoni, balbettii che si affacciano tra i filamenti di questo cielo gelato, noi e loro sospesi in un notturno esilio, su soglie sonore, al limitare di abrasioni, prossime afasie.
Ci facciamo sottili come lamine per risuonare a questo acceso diniego, a queste lacune e smarrimenti, mentre là al fondo la totalità delle voci si scheggia in frammenti inudibili, in scie disperse, ripercorrendo il cammino a ritroso.
Si aprono ferite nella pelle per questi suoni-scheggia, suoni-materia, e intorno è tutto un crepitare un raspare uno sgranarsi attraverso carni sconfinate di cui ci giunge il lontano interno vibrare.
Ecco l'Espressione: che s'incolla alla cornea e al cuore irrichiesta, pura, cieca passione. Il vuoto al fondo dove germogliano le voci senza suono. L'occhio si fa trasparente.
Ma come un lampo si richiude il battito silenzioso, essiccato.
A un volgere del vento, al blu striato che ci fende il capo, in quella distrazione, nel volerci custodire un equilibrio terrigno e cieco, in quella fessura. Nel sostenerci troppo umano scivola su noi rapida la cancellazione, così come precipitosa la nostra discesa ci riconsegna al silenzio oscuro giù al fondo, al nostro ritegno.
Ricondotti al parlare dei più, alla perdita, all'assenza irreparabile, siamo nuovamente clandestini. Tra quelli che parlano avendo da sempre dimenticato.
Nell'universo tornato ad essere taciturno.



04/05/07

Laura Silvestri: Canto del riflesso (dall'Antigone)

Voce di
donna - Perché non concederle quello che chiede? I mostri si espongono ai curiosi, agli insulti, ad occhi che frugano e aprono, agli sberleffi. La spoglieremo, lasciandole solo quella sua pancia posticcia di chiodi e bulloni, la trascineremo per le strade della città, davanti ad ogni casa dove si piange un giovane ammazzato. I suoni più immondi, gli sguardi feroci, l'oscenità dei gesti. Saranno lebbra, le bucheranno il corpo, lasciandola a sé irriconoscibile. Il suo ingresso da regina, il suo tragitto, la sua acclamazione

Non cercavo le carni da voi cresciute, dice parlando a sé, non alle altre, le altre, quelle, vivono in un'aria che non è più la sua, scavavo vie sul mio corpo. Combattere per svanire. Diventare trasparente

allora sì, invocherà la morte,vergognosa di sé, lordata, sporca degli sguardi e delle trafitture. Ma dopo la vorrei nella fossa e spalancata, che le cagne, di cui è la vera regina, se la vengano a leccare a lungo.

Lo prendono, dice guardando a un suo vuoto, la dove stanno compressi e annullati cielo e terra e volti del prima, della vita, lo portano via, fuori dalla stanza, nel cortile, trascinandolo per le braccia come un animale che scalcia. Nell'azzurro scrostato, alla parete, sotto la foto della vecchia madre, i fori dei proiettili. Un solco. Come una frattura del tempo. Un primo segnale che la vita sta fuggendo. Mi chiama. Lui era tenero come una pianta ancora giovane, ancora cresceva e si allungava. Lui era il mio specchio. La terra dietro casa era smossa e umida per le piogge d'autunno. Seguii le tracce lasciate dai suoi stivali, come una danza di sventura. Lì ritrovo, là, nel sotterraneo della scuola. Li prego di lasciarlo andare. E' troppo giovane ancora. Possono prendere me, se vogliono. Gli squarciano il ventre, allora, davanti ai miei occhi. Mi afferrano la testa. Il collo, i capelli, la faccia. Mi immergono il volto in quel suo corpo spalancato. Troppo. Caldo. Troppo caldo. Là dentro

Alina - Eppure, se la guardo più a lungo - trattenete il vostro odio, ascoltatemi per un momento - è come se riconoscessi qualcosa di lei. Non so spiegare. Porta forse una sua verità? E se non fosse così diversa dalla nostra, se la superbia del suo affronto fosse costruita su macerie, proprio come il nostro pianto? Ora ad esempio avrei timore di sentire realmente cosa racconta a se stessa, escludendoci. Forse quello è il vero delirio, lì sta il massacro, l'esplosione. Ma è legge della guerra che i cuori diventino sordi e gli occhi non vogliano più vedere. Anche le madri hanno da essere feroci. Un altro cadavere però non ci serve né cagne a frugare nei campi. A cosa ci sarà servito, dopo, mostrarla così bianca e aperta dentro la fossa? Col tempo perfino la pietà tornerà ad accompagnarla. E noi non riavremo, comunque, i nostri figli.

Mi cacciano poi. Così, imbrattata. Barcollo. Da fuori sento ancora i suoi richiami, la voce sempre più lontana. E quel suo corpo poi lo fanno a pezzi, come fosse una giovane pianta abbattuta dalla tempesta, lo gettano in un campo a marcire sotto la pioggia. Corpo rotto. Corpo spezzato. A me, la sorella, lo specchio in cui sapeva di sé l'eleganza, il procedere leggero, a me negano il diritto di raccogliere i resti, ripulirli, nasconderli agli sguardi. Credevano, così lacerandolo, di piegarci. Ma ogni brano di quel corpo è diventato miccia, qui, piantato dentro me, germinato sotto la mia pelle e pronto per la danza finale, per la tempesta variopinta che come turbine spazzerà le pianure

Voci di donne - Adesso è il momento di finirla. Che tribunale sgangherato, incerto, è mai questo. Farsi abbindolare da una piccola commediante. Un'assassina.

L'ho detto. Portiamola in trionfo per le vie della città come lei stessa chiede. E' lei che ci si offre, il piccolo mostro catturato. Poi l'ammazzeremo.

La terra nera non ha tempo di aspettare.

L'ora della guarigione. Infine. Quale forma dare all'addio. Una struggente qualità dell'addio. Deragliare. Prendere per i campi, inseguendo l'odore di tutte le erbe di tutte le estati vissute. Diventare la risata che sale nella gola. Far perdere le tracce. Mio limpido specchio, pensavo quel giorno salendo sull'autobus




Mio limpido specchio - pensò quel giorno
salendo per l'ultima volta sull'autobus -
vado alla città del dolore ma è mattina
di gran sole oggi d'illusione di erbe profumate
di tutte le estati vissute di corse nei campi
di risate nella gola. Mio specchio mio riflesso
di giovinezza quando correvi veloce
quando poi allungavi come i miei i capelli
e quasi m'invidiavi il canto.
Lo so - diceva - è inutile l'agire
dispendio senza misura e senza approdo.
Come se in lei premessero generazioni
sconosciute. Una cripta segreta, mio specchio,
una immensa spaventevole folla
ho al posto del cuore, una nebbia.
Anche tu, infine, sei andato.
Chiudiamo allora questo assedio - pensò -
diamo oblio a queste schiere di non dimenticati
a questi resti mai inceneriti.
Così - dice - guardai nei giorni che restavano
il verde dei campi, il verde più di tutto
mancherà a questi occhi,
e il mutare della luce nelle ore
come l'alba arrivava lentamente
come alla sera si spegnevano sui volti i colori.
E notti intere ho vegliato per contare
ancora una volta i minuti nel silenzio
e portare nella mente come di lontano
i gridi si rispondono di animali spaventati eccitati
come le cose si richiamano nel buio
assicurandosi così del loro esistere.
Confine. Invidiabile licenza.
Lei non più tra i vivi, non ancora tra i sepolti
ma accesa, come se il vasto mondo
la prendesse nel suo sogno
solo allora a lei svelandolo, in dono.
Infine, mio chiaro specchio, ho preso quell'autobus.
Ma prima, nella vetrina del negozio,
a lungo ho guardato quelle bellissime
scarpe - erano rosse, erano di vernice
erano come le avevo sempre
sognate



24/04/07

Laura Silvestri: ALINA_Madri (dall'Antigone)


ALINA Madri. Eravamo. Illuminate dal figlio nella corsa. Sprofondate nei lucidi capelli della figlia.. Forse è colpa, quel cieco confidare nelle carni dei nati. Meglio strapparseli di dosso in tempo. Svuotarsi.

INGA Ora ti do ragione, Alina, questo tuo parlare, benché dissennato, va dentro alla cosa, preciso. Perché non si era visto ancora un mondo, un posto fottuto dentro al mondo, dove fosse sventura il partorire, e danno feroce ogni minuto passato a far crescere corpi, lisciando e modellando come piccole sculture, annaffiando come fossero erbe e piante, un luogo maledetto dove rimpiangere di non esserci sepolte in fretta, ai nostri giorni di ragazze. Sotto metri di terra bagnata bisognava andare, che nessun gesto di uomo ci sfiorasse il ventre. Donne stupide e cieche. Pensare di vivere per sempre nei figli ingrossati. Nessuno ci aveva avvertito? Nessun delirio di madre accecata ci era stato raccontato? O non doveva forse circolarci nel sangue inplacabile, non detto, senza voce, eppure così familiare. Bastava voltare la testa. Madri davvero idiote, per non voler ricordare ciò che il tempo ha ammassato. E come se non bastasse, eccola qui, la piccola bastarda, ciò che resta di chissà quale innesto, incrocio allucinato, fecondazione di macchine e bestie, eccola che arriva con la sua pancia sformata, cigolante. Ma guardati, animale, cos'è questo ventre rigonfio, questo finto bagaglio che nascondi sotto le vesti? Cosa credi di riempire, che meccanismi agitare in quel tuo utero disseccato prima del tempo... credi forse di pompare sangue e aria e luci dal mondo? E' per questo che ti gonfi, perché il vuoto delle viscere non t'inghiotta, per questo vai in giro a disfare le carni degli altri? Ecco le nuove madri, con facce da bambine e corpi dilatati e sonanti.Ma il tuo feto è freddo come un inverno senza fine che uccide le pianure e brucia per sempre le gemme. Il tuo feto ti gela la vagina, piccola puttana. Ma sia, Aspetteremo con te il tuo parto mostruoso. Ci va di assisterti, sai?

A. Vado ai miei. Una folla. Ci vado con questa pancia posticcia. E allora? Purtroppo per voi c'è un'altra versione. Dei fatti. Generare rivolta. Sedizione. Mi farò trasparente e svuotata, andrò leggera in stretto dialogo con me sola, e gli altri miei che già fanno cerchio, in attesa. Prima, però, sarò l'assalto che vi secca la gola, sarò il travaglio e la gola che vi spezza, vi atterra.

LANA Strana, la ragazza. Prima sussurra invasata, come l'eroe che cade ma non sa, come uno che raccoglie sulle spalle destini implacabili, oscuri. E subito dopo alza la voce, arrogante, e gira gli occhi intorno come un uomo che si è armato. Non voglio più sentirla. Facciamola tacere, cuciamo quella bocca.

INGA Avremo tempo, dopo. Adesso invece mi va di ascoltare. In fondo la nuova versione è più comprensibile, come un suono che richiama un altro e gli si affianca. La piccola va in giro con questa sua pancia piena di biglie e bulloni, si muove sferragliando. Peggio che un uomo, un mostro. Diamole il tempo di sentire sulla lingua il gusto di tutto quel metallo mentre ancora s'illude di poterci minacciare.

ALINA Un'innamorata dei morti, odiosa al mondo delle madri

A. L'hai detto. Mi ripugna questo vostro piagnisteo, questo affondare i piedi nella terra biascicando preghiere. Non sono più miei docilità e lamento, vado sola all'azione, al linciaggio. Se devo oppormi, che sia almeno senza ritorno il mio oltraggio alle misere leggi. Dissolversi. Diventare invisibile. Che nessuno possa trovare di me una traccia, un residuo. L'impronta di un lontano passaggio tra i vivi. L'hai detto, non verranno figli dal mio ventre. Ho corpo nuovo, mai visto, di questo avete paura, donne immiserite e senza fantasia. Ho una morbidezza, qua sotto la gonna, che esplode e s'indura, ho schegge e frammenti d'acciaio per un combattimento che neanche i vostri uomini saprebbero osare. Non padre. Non madre. Non fratello. Non figli a venire. Io ora sono madre, e figlio, e fratello, io lo specchio. Io il parto sanguinoso e imprevedibile. C'è giustizia. Infine.

LANA Eccola che ricomincia.

Laura Silvestri: A (dall'Antigone)



A. Una macchina guasta? Un corpo meccanico, ai vostri occhi allibiti? Corpo grottesco, vi dite. Perché allora non portarmi in corteo per le vie della città, esposta in una gabbia, come fossi un nano, una donna barbuta, un freak di un circo di passaggio accampato in periferia... Ma la macchina funziona. A dovere. E' corpo bruciante, esplosivo, è macchina da guerra che inghiotte il mondo e si fa beffe di voi. Non m'importa cosa farete dei frammenti di me, in che dimora trasparente andranno a rifugiarsi, nonostante voi. M'importa la battaglia. L'inutile dispendio. Vi ucciderò con le parole e con questa risata d'eccesso che vi getto addosso come fiamma. Con queste mie braccia ora levate e scoperte, denudate. Vi offro queste braccia. Come un danzatore o un acrobata vi lancio questa sfida e la battaglia avrà la grazia acuminata di un passaggio sulla corda tesa, come lama di coltello, o il segnale di un polso rovesciato nella presa. Esponetemi agli sguardi, se ne siete capaci. Sono la vostra basilissa, la vostra piccola regina. Non vedete questa macchia bianca sulla fronte, e la bella coda che mi esce zigzagando da sotto la gonna? Ma attenzione a non incrociare il mio sguardo. E soprattutto, guai al mio respiro, alle porte, alle feritoie che dalla mia pelle liberano venti e virus che spezzano le rocce. Farò nuotare il mio corpo sui fossati neri di pioggia e peserà meno di un soffio o di un canto nevoso o di fragili sculture che si sfaldano in una sola notte come gesso o ferro rarefatto.

Inga Regina dei corvi e delle cagne. Regina senza altezze e sommità, schiacciata al suolo nero. E' abietto il tuo delirare e per giunta qui, davanti a queste tombe ancora scoperchiate. Lì dentro ti voglio vedere, affondata nel fango. Seppellirai tu i nostri figli, carni infelici, carni da nascondere all'inferno degli umani, e poi, solo alla fine, ti scaverai un'inutile fossa. Inutile perché, lo sai, noi tutte ormai siamo qui per lo spettacolo, il gran botto, e i tuoi infiniti frammenti vogliamo vederli disperdersi al vento che spazza la terra fradicia come coriandoli di questo nostro lurido precoce carnevale. Sarà quella, se vuoi, la tua danza. Quanto agli occhi, li posso fissare fin da ora, vedi, e mi sembrano solo piccoli spilli opachi, minuscole paludi senza trasparenza. Non scorgo niente, là in fondo, regina fredda e nera, né il gesto del tuo polso o un tuo passo sospeso ricordano feste di seduzione. O sbaglio, donne? Ci vedete una danza, in questo suo gravido barcollare? Vi turba la sua caviglia regale? Vi fanno paura i suoi occhi? E' certo parte della pazzia che ci ha invaso che noi si ascolti questo delirio superbo. Altro ha da discutere questo tribunale, piuttosto. Qualcuna di voi chiede un'altra sorte per la macchina guasta e lorda, per la piccola bastarda?

14/04/07

Laura Silvestri: L (dall'Antigone)

I. ...ogni parte del tuo corpo avrà i segni del disastro, dell'inutile catastrofe, le braccia, le dita, il tuo ventre che già si sta sfacendo, le ginocchia, i piedi che male ti hanno condotto, lasciando tracce di sangue al tuo passaggio. Conta bene, ti dico, di quante immonde parti è composto il tuo corpo, perché alla fine del lavoro ben poco di te resterà. E prega che qualche brandello possa un giorno trovare sepoltura, che qualcuno dei tuoi vivi ti venga a reclamare

A. Sepoltura... Ne abbiamo. Di cattive morti. Senza rito. Senza saluto. Mi avessero lasciato qualcosa. Ungere il petto, le cosce, i calcagni martoriati. Fare stoffe di corteccia. Scavare nelle radici aeree di grandi alberi un letto oscillante, vegetale e puro. Mi avessero lasciato almeno le ossa, per lavarle nell'acqua tiepida. Nella cenere calda tracciare il disegno del volto. Dare. Il sonno. Pace.

L. Guarda che belle parole ti escono adesso. Pace. Ma lì, nella tua bocca nera, e
come un soffio di lebbra, inarrestabile, mortifera. E' meglio per te se non la ripeti, qui, in mezzo a noi. Un fiato osceno, impronunciabile, ha spazzato le nostre strade, dilagando, oltre finestre sigillate, e blindature, e crepe. La nostra pace è un'infinita bruna combustione. Il nostro sonno vive di macabri balli, scomposti, di un infinito spalancare bocche, sospesi nel vuoto. Ma lo sai che la città è piena di banchetti, davanti alle porte delle case, ovunque mense funebri, come se nessuno ormai potesse più vivere dentro le stanze... (...) Che dici, ti basta, o hai bisogno di altri dettagli, porzioni di orrore?

A. Nessun legame, ormai. Non potremo ricostruire. Come dire. Spiegare. Come
una straniera. Come un parlare di spettro. Se chiedono di A. dite che l'avete vista andare verso. Vado ai miei

I. Ehi, piccola bestia, attenta a parlare di parentele. Potrebbe costarti caro...(...)