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20/07/15

Ditlinde Persefone Mendez



nere sagome di corvi fugaci nel punto più fosco del racconto, la fumosità del mondo esterno tra pillole di speranza e visite notturne, comari abbacchiate tra suore e medici o altri esempi di fermezza, lettere che sono ossigeno in un lazzaretto senza anestetici, l’aria pungente una forma di malvagità, parentesi di raccoglimento e gioia o pastiglie di laudano, nella rada campeggiano riflessioni amare e scomode, forzute storie avvincenti, riavutisi dall’emozione si guardarono intorno incuriositi o elettrizzati da tre carte fatali, tarocchi con cinghiale in selva o serpi crestate, donne di malaffare tra fango e canne, l’arrivo di un calesse, una forte detonazione strascico di memorie tenaci e sempre ricorrenti, vous avez oublié, una pila di spartiti tra raso fulvo, rame e soavi note infiacchite da attesi vaneggiamenti, bollettini di guerra annunciano la riconquista di bengasi accompagnata dal commento dio sia lodato, lumi a petrolio sulle finestre, sotto l’aerorimessa il feretro parlò al cuore di tutti, rivivevano la confusione dei preparativi, abulici contribuivano al lavorio o si accasciavano nel cinema all’aperto, ritagli di vite anteriori, cuoio biondo, elleboro, colonne di musici celesti sfioravano il reticolato tra aria e polvere, ruvidi sussulti e una scia rossastra a deporre l’ira, una cockney alticcia sicura d’entrare in una casa da tè tra dipinti sacri e caffettiere napoletane, aria cupa e gruppi armati all’esaltazione della croce, frattanto la reazionaria non si distendeva affatto sconfortata dalle altrui vite del michelaccio, orribile destino tra camere arredate con gusto e fiducia nel futuro, quella sera non erano andati al cinematografo, insolite e magnifiche sensazioni al risveglio, scene d’amore, guerra e violenza, senso di sfinimento, neanche l’ombra di un albero, un campo di aviazione tra sabbia e polvere, maria stuarda era già stata ghigliottinata e la dea triforme attorceva auree reti, parole da sottolineare con rigacce in alloggi di fortuna dove rifiorire o impazzire, ecco le sfere avventar lampi, i più imbestialiti riscontravano aspetti positivi o teorizzavano immobilismi, paesaggio meno pittoresco, i premurosi si prodigano e i ceffi da forca si assiepano ma la voce narrante dice di sentirsi l’animo più leggero se pensa all’ansia che sembrava sciogliersi in dense chiose mentre le vibrazioni dell’euforia sferzano le membra








15/07/15

Ditlinde Persefone Mendez



l’iperbolico elenco segnalava inaspettate reti prodighe di adamantine meraviglie, nel viaggio notturno poche notizie da fonti sommarie, nomi precipitati nell’oblio del furor creativo tra vetri, alambicchi e un fondo lucente in foglia d’oro, nel groviglio di morbi contagiosi e avvelenamenti un cerchio che compare più volte tra risonanti telai e volumi fittamente annotati, tenebrae factae sunt, allontanandosi si ritirò nel campo fluttuante dove un oscuro peso modifica la sostanza dei corpi nel sogno di librarsi da cupe vele e inseguire il moto perpetuo di immortali dipinti, più che linee di forza mobilità di piani e angolazioni tra automi e giardini d’ombre, dalle acrobazie di un organo barocco note maestose o apocalittiche che soffiano sulla brace, i suoni parte dell’universo abbattuto dallo stupore, colore denso e vibrante di sguardi liquidi verso nubi squarciate che lasciavano trasparire l’azzurro delle distanze, la benda sugli occhi da un centro ardente, passanti spaventati da tumultuosi futuri incerti e mescolanze culturali in un luogo non pronto, lo sguardo del condannato a morte da immaginari conquistatori di una spiantata torre eburnea, circola l’aria e si apre lo spazio, nel connubio di frusti tragitti la narrativa perde rilievo, meteore in una dissestata cronologia di esseri divorati da infausti baloccamenti o liquefatti in deliranti gazzarre, assetati di sperimentazioni estreme distribuivano fiabe composte e illustrate di loro mano su incanti rotti e altre mal riuscite metafore, non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, un mattino atterra e non riconosce quella sala invasa da carichi e volti mai visti strepitanti, pietre e malta per qualcosa di grandiosamente inutile tra insegnamenti di santi sociali e ribollenti disquisizioni, un’immobile armata farneticante stremata da filtri, vasi, teste di marmo e scaffali dorati








21/04/12

Ditlinde Persefone Mendez: Algoritmi




ferma come il tuono la seggiola di chi lo cerca è stabilita oltre il vuoto dello spazio, oceani di sorprese, oasi faunistiche introvabili altrove, prodotti catastrofici e smargiasse immerse nell’ossigeno o nel mercurio bramose di annientar cervantes e compiuta donzella, zazzere poco linde a bordo di pick-up scarlatti e nerborute dottrine sortite dalla roccaforte delle margherite, perfido clima bofrost che non vuole finire e ancor più deliranti vicissitudini, inverosimili riciclaggi in darsene dell’ergastolano, strabilianti iniziative psicosocioeducative in un’urbe sempre più catatonica, fitte compilazioni e spilorci benedetti da massoni deviati o altri seguaci del saccheggio scoordinati da dinamismi particolarmente anali, fosche industrie di fotocomposizione di cialtroni inamidati che tutto stravolgevano e uccidevano chi gli passava davanti sfoderando insultari moderni tra ficus in plastica, ritratti di sandonbosco e ghiande miracolose, coriacee leggi di mercato o aforismi borsistici, occhi di fiamma e dita come uncini d'acciaio, striminzite royalties su chimeriche operazioni, portentosi universi della caporalesca imprenditoria, meglio una fuga in polinesia o una trasfigurazione in pavone, frattanto circensi avvenimenti, individui distrutti dai palagi governativi o da storiazze con genti omeriche entusiaste scompagnate da connubi asfittici, ampollose meditazioni e futili sessioni marziali, restituire la spada in cambio della propria salvezza, esperienze iperboliche e altri stati alterati, svuotamento di fitti depositi esistentivi tra vini prestigiosi e sontuosi carichi di narrazioni non proprio telegrafiche, in mancanza di perfetti arsi sul rogo cottura di carni rosse e del genere femminile, la sua presenza lo deteriorava quindi si vedeva costretto suo malgrado a interrompere i rapporti di frequentazione, da tempo sognava di essere pressato da una radice quadrata, si addormentò finendo in un pascolo poi in un canale e in una serie di arbusti, cataloghi di tutti i mali dell’universo e delle virtù di fidanzate a modo e perbene munite di cerchietto antistupro, giona nella balena, casacca spigata e pacco-dono, dopo il desco la giostra davanti al padiglione, la bella fanciulla gli riappare ed egli apprende che per toccarla deve morire e lasciarsi togliere la parola o dilaniare il sovrano della clorofilla, epiloghi terrificanti di chi è affranto da numeri e moduli, erano stati insieme a sciare e avevano rimorchiato due slavate pretenziose, narcotico cicaleccio saturato di stoltezze ricucite in tempi minimalisti, faticoso stanare la vita internautica di anastasia di sirmio, inadeguati slanci psichici per catturare sgangherate tradotte, affrontare moltitudini ossequiose, mostrarsi risoluti o vendicativi, ya viene el dia, nel trambusto un genio sprovvisto di lampada, la chiave di volta di un mondo armonioso, apertura, confronto, forza trainante, ventaglio di valori e talenti, condivisioni di una storia collettiva dalle polarità mutevoli, più funesta del colera, fiacchi protocolli per dire che era preferibile infilare l’uscio, cappuccio con brioche per pensieri vitaminici o azioni più programmatiche a seconda del santo del giorno, dalla grigliata alla trattativa fatale, esseri angelici s’aggirano con ali in cartapesta tra la sequenza di disorientati nei ridenti corridoi accalcati, s'inoltrano con l'arpa e nella selva dove incantano le fiere s'inselvatichiscono, che tripudio di leggiadria, così sia




19/01/12

Ditlinde Persefone Mendez: The fortune of the warrior




intenso carteggio e successiva frequentazione in situazioni di contrabbando, presto gli aneliti divennero altri e restò poco da carteggiar, algidi loculi di importante polo vicino all’arsenale dove fu schiaffato il giovane winston, ritorno sull’isola nel sordido quadro di programmi catturati da noti prosseneti in rappresentanza delle loro maestadi che nel frattempo transitavano in esotici postriboli o svendevano mobili museali, sfarzi europei catapultavano in rutilanti settori accanto a fornitori di vini sudafricani, padiglioni insediati tra pascoli di angeliche pecorelle, in una locanda non distante giungeva a brandelli l’esperto di catari forse con volo a pedali redarguito da torvi osti e cani mordaci, tra orpelli oceanografici, fiere impagliate e imponente argenteria, catramose bevande o funebri pietanze, attraversamento dell’esagono su un catorcio e approdo al cospetto di candide scogliere del mito fondatore, circuito più potente del mezcal ma con poco scintillanti sbocchi, concerti metal ispirati al petrarca e sguaiato certamen di vari esemplari che travestiti da scoto eriugena o alberto magno sfidavano lo spazio sonoro, fiacche tenzoni riaccesero gli astanti, locuzioni irreperibili o personaggi sconosciuti da quelle parti alimentarono effusioni di letizia dispiegando principi immateriali, il novelliere sfuggito a grezzi precetti si prestava alla laida bisogna nello sguincio ambiente interattivo, commemorare l’umanista tra allievi storditi e politici irrequieti, contorto incedere di indigeste rappresentazioni dei secoli bui nell'immaginario collettivo, meridiane occhieggianti da fatiscenti palagi, piante velenose, memorie di attempate grafomani in saraceniche valli, scisto viola e giunte manigolde, alticci trappisti evasi in tempo utile, la progressiva estinzione e l’immotivato insediamento fuori dall’europa e da ogni principio di realtà, la mitologica consistenza si esaurì ché la struttura stava cambiando e gli stolti si imbaldanzivano, liquefatte le euritmie si dilatavano i varchi e una fatale serie di accidenti



11/08/10

Ditlinde Persefone Mendez: Trostspiegel



scatola di immagini per circuiti magici, dovendo il mondo essere fatalmente investito conviene predisporre il globo alla dissipazione, duelli alla spada, un incendio di roma, corvi aggiogati a sedioli, sollazzi per evitare che il massacro ricominciasse, un gioco di figure o di parole in cui sostituire il re di cuori, il segnale esatto della cottura al forno occultato al profano ma indiscusso per l’esegeta, frasi su biglietti chiusi, camera trasformata in lectorium, fusione e martellatura tra rituali cabirici e pristini modelli, aveva cercato di tramutare diversi oggetti nel loro contrario, un’èra di bontà e di saggezza nell’ora vile della metamorfosi, nel miscuglio di buon senso e portenti il contrario della pace non era la conflagrazione ma l’insonnia, ne mergar, inquietante banalità di un rebus per illustrare il segreto della grande opera o di un trattato sull’energia nera, il cielo è più vasto e più alto che altrove, così la gravità di una goccia di pioggia primaverile o l’angolo di un raggio di sole sull’ala di una farfalla, mentre nel viaggio delle fiabe la caravella si levava festosamente verso il cielo il prezioso palischermo rimase attaccato all’onda, ciò che è in alto è come ciò che è in basso, folgorante pensiero, vele ripiegate, continuare senza scomporsi la crociera senza incrociare il cetaceo che mena verso sponde altre, remava utilizzando una interminabile matita e si vide affastellare intorno una schiera di femmine prese d'amore, bevve tre volte troppo e si congedò dalla vita, l’abito si dispiega in corolla nell’oceano senz’acqua dove i pesci sono solubili, nel sogno si avvicinava l’elefante bianco, vano voler rintacciar puntuali funzioni o predefiniti segni del frammisto background, stentata risoluzione per raccogliticci diaporama, occorre cercare quella mèta dalla quale gli esseri più non ritornano e dalla quale s’é distesa l’operosità antica, inquietanti le circostanze, non poche titubanze, tracce di antigono gonata tra editti rupestri dell’amato dagli dèi, è tempo di ritirarsi nella foresta, disarcionati dalle categorie del reale gli astanti si dibattevano in lanci di uova cosmiche, nel convoglio amerindi risentiti sproloquiavano di tecnologia, prestigiosi marchi, madri detenute fuori le mura, open the kingdom, entrata nel fortilizio con tutti i crismi, il pingue poligrafo ritemprato dalle proprie osservazioni, seta grezza color zafferano istoriata da chiomati e reliquiari o risvegli virtuali di configurazioni archetipiche riciclate dalla trattistica, glorioso presente di pesci fuor d’acqua, scorgere un forte ascendente, quale forza, fortes indigne tuli mihi insultare, spirito avventuroso e animo romantico, collera irreprimibile, lapidazione, si vede che è uno bravo e sembra quasi sacrificato in quell’antro, pause nei periodi di crisi su sfondo di paesaggio urbano, let him choose glory that he may prosper, veder implodere imperi e ascendere imbecilli nutriti di auster e immondizia musicale, tra le conchiglie a completar la carriera esplorando vantaggiosi ripari per il viandante, ultima scena del dramma nella camera segreta, nel momento in cui ella fu sulla stuoia si trasformò in spaventevole volpe che lo scannò come se fosse un pollo, esperienza imperdibile che andava fatta, la natura del prelievo e altri giuochi per imbestiati, chiunque si occupi di cronache fiaccandosi sul multimediatico rivolto a divoratori che misurano il presunto incanto dell’essere



10/08/10

Ditlinde Persefone Mendez: Bound upon a wheel of fire



da arguti narratori sperimentazione, arte o invenzione fantastica, sacri mostri in laboratori sconquassati, decisivi progressi filologici, a man may without hesitation kill anyone who attacks him with a weapon in his hand, premesse necessarie per cogliere la specificità, l’imperturbabilità della fanciulla tra fortunali o singolari astri che dardeggiassero a oltranza fatali raggi, con lo spiedo corsa all’acquitrinoso covile dell’empia bestia per farla a pezzi, indietro gli immortali tra pietre e ferro, immagini di individui soggiogati ai capricci della natura, disarmati di fronte a sventure, terrorizzati da tenebre e animali selvatici, discendere in silenzio tra paraboliche reti, l’ordine che si estingue ardendo di castità e abilità a imbrigliare perigliose acque in notti bianche di gelo sopra un confuso ammasso di verzieri incantati, alberi della conoscenza si imbevono in un invariato bagliore tra piagnistei e strazi di chi si sfianca a estrarre da ipnotici sofismi il serafico suono primigenio, ancora leggende nere, sottile trama di scaltrite e delicate figure in testi fondanti, rapidità di scrittura e ferocia di spirito scudisciano chi componeva versi così convulsamente da non avere il tempo di posare i piedi per terra, un regalo velenoso, un veleno così potente che fece vacillare l’innocente universo sul suo asse, luogo irreale per cenacolo di scherani di satana al patibolo, uscendo dal fiume il mostro dalla lunga coda e dalla testa di sauro durante la notte spaventava il mondo sublunare, anche il bardo perse in tal modo la sua amata prima di ritirarsi per sempre a sfamare maiali e altro oscuro bestiame, significativi confronti con i vicini enti ed esseri, infinite possibilità tra presunte trame strutturanti e sensibilità artistica di seminatori curatori massimi esperti capaci di grandiosi contributi a un'estetica della cementazione, completezza o nuova vita di relazione, trasparenze morfologiche, edite, bibite, post mortem nulla voluptas






24/02/10

Ditlinde Persefone Mendez: In case of loss


in illo tempore figure o personificazioni da scaltrito bestiario tra regali avvelenati e animali serpenteschi, tra impavidi sotterfugi, un mondo alla rovescia o un fiacco trompe-l’œil, un universo di racconti in falsa prospettiva o in cerca di inquietante innocenza, paseabase el rey moro, la pietra filosofale e l’albero dei desideri si schiantarono i desideri delle creature rivelando il simulacro dei vittoriosi, come un incantatore di serpenti che spira dopo aver consacrato un pilastro o recide questo insopportabile fluire con la spada ben temprata del distacco, il presunto sovrano trascina la badessa nel sotterraneo labirintico della sola interrogazione possibile, la stranezza dell’esistenza in improbabile equilibrio al di sopra di un tutto sicuramente maggiore della parte ma sempre più simile al niente, forse un’idra riciclata da una confraternita di gnostici che esaltavano la provvidenziale rapidità dell’addomesticamento e la brutalità dello spirito mercatale, o una creatura in fuga da un trittico di bosch, il soggiorno quaggiù un fatto illusorio, una spossante accumulazione di immagini che derivano forse da viaggi errati sprovvisti di tranquille sicurezze o ancoraggi stabili e sicuri quali certi regni e i loro riferimenti più noti o altre pessime metafore, un problema di governance o un’assimilazione sbagliata dell’aufklärung, lune che irradiano in cima a singolari alberi dalle radici aeree o vigorosi rami di cactus, neanche il tempo di posare le zampe a terra, meno fustigante perdere la testa e non retrocedere di fronte a morte e guerra dissetandosi da fiori e ruscelli



16/10/07

Riccardo Cavallo - Ditlinde Persefone Mendez: Concerto per oggetti trovati e scatole nere (3/3) (1991)


All’una o mai - Promettendo l’ultimo paradiso artificiale all’uscita del lupanare camuffato, dopo micidiali intrugli rosati preparati dal cobra, molte epifanie e flussi di coscienza. Esilio la notte stessa graffita sull’avambraccio, testimoniava la fine della servitù, non così servile. Rincasare per studiare nonché riposare - era troppo perfetto, ancora prematuro, tutti desti si aggiravano nei loro pigiami ospedalieri, per il deprimente corridoio illuminato a giorno, emozioni zero. Tutto troppo normale. Ma bisognava calarsi, loro non dovevano neanche immaginare, poteva anche non succedere. Meglio non premeditare né cabalizzare. Uscire senza curarsi di nulla. Soltanto un volume tascabile, tascabilissime le opere. Possibilità d’incontrare zombies e servi del potere. Passeggiata contemplativa nel cortile bizantino con troppa luce. Suoni sordi dal prosaico cinema d’essai. Telepatia. Incredibilmente perspicace. Asoka protettore, sultanati rovesciati. Non aspettare un secondo di più. Non è necessario. Come si fluisce da codesto internato?- persone normali.
Il ronzio del neon frusta. Che giorno è? Si è forniti del calendario vaticano e del tempo dell’Europa centrale - distruggete i giorni e gli anni, annientate il dentro ed il fuori. Qualcuno nutre già fantasie triviali pronte ad essere sguinzagliate. Notevole. Però sulle scogliere di Megaride nulla può. Perché il posto è indigesto, la città d’origine una malattia mortale, la lingua il regno dei morti, d’una profondità insondabile, forse perché precedentemente bevuto senza ritegno. Il cancello. Meglio risalire. Puttanona. Dov’era finito? fogna.
Occhi maliardi, fiori del veleno, materializzarsi ora e mai. Tantra senza mandala. Così impaziente animato bronzo riaceo, ma dove fluisce? C’era il linoleum, estasiata ma audace. Gli spigoli marmorei trafiggono. Ysolde la madre. Isotta la mamma. Fra interlocutori esistenti, inesistenti e sedicenti, tutti insieme. Oilà un orgasmaccio di quelli giusti, si dissero, come tre moschettieri, senza progetto, psycopompos che conducono le anime per gironi inferi, lourusa, meledia, fontanalba, nasta, gorgolasque, valmasque, besimauda, bric costa rossa. Il torrente Ellero ghiacciato. Il leone morente.
Qualis artifex. Caché par le trop grand glaïeul. A dare un regime di bassa visibilità che sottende l’incomunicabilità d’alcunché quale ens realissimus, da Lezama il fantasma di un laccio nero della grandezza di un pipistrello gigante, che copriva quasi interamente la vulva tremante per il muggito dei tori. Un esperimento sullo sdoppiarsi della voce narrante. Le dualità preiniziali. Preiniziali le dualità. Invisibile il manufatto, senza mandala il tantra, materializzarsi subito. O mai più?
Epilogo: guarda caso, il foglio settantasette. Anno di grazia e dei tamburi. I fantasmi più reali del reale. L’immaginario ancor di più. Nessuno se ne accorse. Ormai si era altrove. Ancora di più. Nulla di questo sarà comunicato, se non per parole e soprattutto omissioni. L’opera è questa.



13/10/07

Riccardo Cavallo - Ditlinde Persefone Mendez: Concerto per oggetti trovati e scatole nere (2/3) (1991)


L’iconografia locale, troppo alpestre. Si chiude la stanca epistola con amore e fellatio, scusa il decadente pennarello ed il faticoso lapis: la mano divenuta rapidamente portatrice di numerosi fantasmi. Questa la maledizione caduta sull’homo sapiens che la femmina generi maschi. C’è già la guerra, oibò. Ann’accis’a’n’at’puorrch! Era tanto un brav’uomo, è volato a iddio, ha trovato la sua isola in paradiso, yuppii, ain’t necessarily soo-ci ho er drago ragà. Er drago invisibbile, Elliott. Facce sognà. Andrò là nella macchia, vi è una plaja e tutt’intorno alberi arbustacei. Ma perché non vieni anche tu qui al sud? In codesto profondo sud così lacerato e borbonico. Mi dirigerò nello sfarzosissimo cavone dove una notte egli aveva caricato una pipa del pleistocene (lui, il drogato della stanza accanto, che per otto mesi dormì teneramente abbracciato con l’ultimo schiavo lampo, ormai si sarà rassegnato, che cazzo ne so, non avendogli più né telegrafato né telefonato). L’una colleziona quadri l’altra falli. Bisogna tentare la fortuna. Qui: un pensiero faticoso. Ciò nondimeno il percorso cognitivo è ivi sconosciuto, confoederatio helvetica, alpi svizzere. Il branco si accampa nella taverna o discoteca aziendale di turno, canta a squarciagola, beve alla bottiglia, all’unisono con il video blasfemo; la serata prosegue trascuratamente, cambierò lingua, pronosticò la locutrice, seguendo un principio d’inerzia e di minor resistenza, livreson a domicil, dal tremilacinquecento a.C., un’iniziativa dell’associazione mugnai di Sanroccocastagnaretta-dove, cosa.
Sull’aria di o vaga ninfa. Fra iridate orchidee e flebili pensieri, a ridosso di pure apparenze era la vita, la vita stessa mollissimamente svaccata e discretamente discinta - sofisticate procedure d’interfaccia fra nulla e nulla, senza fine. Allora scesero piogge d’oro, fra sottili motivazioni teologiche di questo ed altro. Solcato da nubi polverose che salgono in alto trattenendo il tempo un cielo fisso. Tropicale, in queste terme, l’insistenza dell’aria, cui nessuno pensa. Di solida vocazione suicidaria e fermamente omicida l’intera area della provincia: sensibilmente differenziata nelle sue estensioni, in perfetta bestialità d’intenti. I nomi: una festa di fantasmi (numerare distanze è dar loro dei nomi, Tenibre, Queyras, Veil del buc), si dica fin dall’inizio come premessa al deperimento delle misure, del luogo metrico altrimenti chiamato spazio.


(continua)


10/10/07

Riccardo Cavallo - Ditlinde Persefone Mendez: Concerto per oggetti trovati e scatole nere (1/3) (1991)


Le opere erano tascabilissime, donde sterminate godurie - in pochi preziosissimi foglietti quadrati - l’universo circostante d’una scempiaggine drammatica. Vi si imbatté. Titolo: ambrafiction; fine messaggio.
Cesare Pavese la vide, la dea sulle colline; si spaventò moltissimo. Beppe Fenoglio ne scorse l’ombra corposa nel verso degli elisabettiani. Tu la vedesti la dama del lago - per poco non ci lasciasti la pelle, la seconda volta fosti sua per sempre. Vite fatte per imparare e vite fatte per essere vissute. Questa è una vita da vivere. È un universo parallelo. Così assistendo alla genesi dei mostri e contemplandone il luogo informe, in un tempo indeterminato, ci si diletta, fuori dalle illusioni del divenire e delle sue fissazioni. Dal profondo di quale kashmir certe soteriologie fino a qua. Una fanciulla così esile ha trasformato il mondo (in che cosa?): costanza e precisione. Con una mano al testo infinito e l’altra infilata nei collant: quale delle due toccasse una divina vita, forse entrambe. Celebrando dell’Italia il crollo linguistico con atti stilnovistici adorabili - forse era un arcano sortilegio vichingo dal fondo inaccessibile d’una leggenda, ove s’occultavano beni tanto preziosi quanto ignoti, forse anche e magari una delle dark ladies - le linee sono calde. Un bisbiglio dell’arcangelo Raffaele, far ritorno alla spiaggia dove Rimbaud ha messo alle spalle la presunta geopoliticità dell’Europa, con tutti i suoi terrori che corrono sul filo un po’ di qua un po’ di là. C’era figa? Droga?

(continua)



26/06/07

Ditlinde Persefone Mendez

il trip da in fieri divenne infitias, sperare che si materializzasse la dea nera o qualche divinità dissidente, esterno giorno, area quasi boschiva nella contea dell’antico forfice dove un tempo apparivano singolari fate, cielo turchino come in cicli precedenti tra mappe della via della perfezione o battiti delle ciglia del misericordioso, ormai la cronologia non ha alcun rilievo, meraviglia che non ci siano stati incontri altri, degni di nota, da catalogo operistico o da urlo, mestizia in agguato tra le frasche, frattanto il poco celeste mandato tra i miracoli dell’accanimento agonistico, della progettualità o del vassallaggio, accanto al padiglione tutto lo stardust immaginabile, sbandieratori ligi o pigri, divi prezzolati dal fantaturismo, la visione del sabba, sostanzialmente più adatto vedersi fuori dal coacervo di consacrazioni e benedizioni, insonnia incipiente, risalire con il velocipede l’angusto asfalto, le membra che si illanguidivano e sembrava di dover percorrere ancora non si sa quante parasanghe, i trapassi dei guru che cercano informazioni presso gli indovini o consultano i tarocchi marsigliesi prima di varcare l’uscio, bianco per le vesti e per gli spirti, raggiungendo ciò che resta di stregate fortificazioni o una discarica, che amarezza o che detonazione, meglio non approfondire eventuali fantasticherie, niente storie-lampo ma rigori argomentativi che in un apparente torpore divenivano fanzines da leggersi presumibilmente l’indomani, quanto potrebbe essere ritemprante fuggire dalla caldana sofistica verso la valle delle rose o da un’altra parte, percorrere placide radure istoriate da pittori itineranti, il cicerone narrava della grandezza degli asburgo-coburgo, sacre famiglie di tutto il mondo unitevi, la condusse in un’arena e la fece scomparir dove un tempo prosperavano i cedri prima che il clero provvedesse a disboscare per costruire altri regni dei cieli, sessione senza tregua che fu anche l’ultima della serie, detestabile anche soltanto immaginare anticipazioni della percezione, esistenze disordinate, così lui, il resto in un calice di gin o calvados, come se ci si dovesse giustificare di fronte a quei bifolchi, clima polare, ritrarsi della luce, altro messaggio gravemente criptico, quell’altro essere in fuga da sé medesimo, la sua sensibilità l’aveva riportato, attraverso gli ulivi, trascendere quattrini o stati civili come se ci si catapultasse in un night anni cinquanta mentre fuori non cambia nulla, che ci si trovi sull’oceano o in un rimasuglio di vestigia della legione tebea, iniziato da una carampana non si era mai ripreso, sentirsi malissimo, non poteva accettare che potesse finire mai e per nessuna ragione, socialità, uova fatali, fuga da un retablo aragonese, possa dunque pacificarsi questo monsone, giungeva una missiva in due episodi, sul merito e il demerito, annotava poi la vita mia é un abisso di viltà, deleterio spiegarlo attraverso asettici codici, in hoc signo dunque, inusitato definire se medesimi in un gran canyon di colpevolezze, ascenderai ai cieli di indra o altre divinità, non vederlo era straziante ma vederlo poteva essere anche più doloroso, vista la cornice entro la quale ci si trovava a esser gettati, nell’ambito di cui all’oggetto sopra, frattanto notizie sui fiordalisi, sui balletti russi e altro ciarpame riempitivo, dalla sacra sponda ancora più fiorita la cronaca, voluttuosi segnali che senza scomporsi anelavano ancora e sempre a una ripresa di sentieri interrotti, quello che sei per me, non-sensi linguistici e ancor più surreali referenti empirici, la problematicità, tanta che neanche si poteva immaginare, la preziosità, polvere aurifera appunto, carteggio traboccante con estensione dalle repubbliche liberate dall’est, asteron panton to kallistos, inutile aggiungere altro ad asteniche serialità che selciavano anche l’etere, periplo tra le fioriture, mala tempora currunt, evidente disagio nell’orrido antro, così lui, ma lo spegnimento degli elettrodomestici aveva posto in essere un silenzio che gli era parso eterno, rotto il quale riesumò giasone il tessalo, la nuova colchide e considerazioni inattuali sul volo, le ali, il piombo, cosa poteva voler dire l’onirico in tutto ciò, non ci sono parole né sottotitoli ma non si possono polverizzare anche i sogni o ciò che resta dell’immaginazione, senza baloccamenti né setacciamenti, fraseggi che facevano entrare in una sorta di crisi cognitiva oppure associare riti dionisiaci a personaggi sbagliati, o che estendevano un’indifferenza senza pietà, qui le cronache erano molto diverse, hai avuto il verbo o assaggiato il nerbo, non così né così, impossibile sarà, non movimento, verso l’alba prendeva atto che morfeo doveva aver sospeso l’erogazione aggiungendo che si trattava di una notte da incubo, dall’altra parte la rilettura del quijote, alice in wonderland e presto anche dei villancicos di juana de la cruz, fuori di lì seguaci di raggruppamenti in cerca di ridefinizione, domani ancora o forse verso camelot, spazi unici rinvigoriti da improbabili narratologi, così è stato udito o così potevano dedurre certe astrologie giudiziarie, visibilità minima, agire comunicativo ridotto al telematico e forse presto ai piccioni viaggiatori, inutile parlare di fiori o filtri, eccoci, psicodrammi politichesi e mai niente di più, a cosa anelare se non a una venuta dei farc o a una pioggia opportuna di blue mountain introvabile come i margini della filosofia, a meno di non manifestarsi quali sostanze angeliche, senza ali di cera né mappe eurosiderali, prestazioni da macchina desiderante tra temperature arroventate da onde anomale d’aria fritta, bovindi stile fascio o châlets prototirolesi, un insolito temporale finito da poco, aria più respirabile, ultracorpi che si pascevano strada facendo, fonti magnesiache con effetti psichedelici, professionisti di successo con qualcosa che non funziona tanto, libri edificanti sul percorso di capitalisti che riscoprono la mistica, cosa vuoi ancora leggere, preferibili numeri introvabili di penthouse o diari segreti dell’anonimo ravennate, fiere genti piene di risorse che non tirano via niente, mai, colori prismatici, provvidenziale sospiro della pia unione del transito o di una congrega di prosseneti convertiti in infestanti encicliche al lume di lampade next age, l’incedere di matrone cingolate tra cui la regina del mambo, specialisti, patiti della clessidra, augustissimi e altri sontuosi esseri, si rilegga il libro di amos



11/06/07

ditlinde persefone mendez : udakachandra


ઊઐઔੴઆચ

infiorescenze da urlo, sensazione gravemente emozionante senza oggetto preciso o forse infiniti prismi newtoniani, esaustivi percorsi kilometrici sulle rive d’un metastorico ruscello dal letto piu’ largo di quello del gange trasformabile per l’occasione in ricca area per pic-nic o circolo per molto soavi autocoscienze collettive, se traza un sendero muy amargo oppure nessuna valutazione e’ immaginabile, esplose un calore da altiforni addizionato al clima mefitico tipico dei luoghi ovvero all’audace ripresa di corazzate sagre paesane straripanti melopee lisce e caribu’ arrostiti, gli stati dello spirto verso una sorta di trance metayogica, a stento comprendevasi di trovarsi già all’indomani del corpus domini, non avendo riesumato breviari né mulini da preghiera per la bisogna. Immaginifiche labirintiche rappresaglie, notti particolarmente bianche, recitando l’om o meditando su possibili vie che trasportino al bello in un gnoseologia accessoria, la dominazione degli erlebnisse ancora e sempre, stato originario degli evasi dalla zoologia, vertiginosa dialettica di fittissime epistole che narravano di sovraccariche riflessioni über den grund vom satz, con strascichi di cante (canere, carmen, giardino magico o villa neroniana) jondo, une flore blanca que se arranca sin piedad o altri non-sensi linguistici, amore che fuggi da me tornerai e altre robe vediche polverizzatesi malamente nella durata o in inebrianti sessioni ofite che si sentiva la conflagrazione e forse la condivisione delle tutte le disgrazie di infiniti universi possibili, ahi lasso, profumata infusione giavanese rigenerante meno nociva dell’amarone o di prestigiose caraffe liturgiche, viscerale auspicio irresistibile del corporeo, rimembranze non proprio mirifiche, 1982, esterno giorno, valle poco incantata e contaminata da giostre venatorie sabaude, seguaci di wötan lasciarono tracce qua e là, tulilemblemblem, che cosa sarà stato attivato da chi, ennesimo fiacco tentativo di catarsi scritturale, depressione caspica arricchita da eventi bellici per nulla incoraggianti che forse rispecchiano la natura caprina di codesto anno, gli annessi e i connessi, che belzebu’ o chi per esso se li porti, possano gli inceneritori di tutto il mondo essere colpiti da orticarione senza tregua, da prurito anale persistente anzicheno’, possano essi ancora girare tumultuosamente e senza sosta in tutti i ricchi sedici piani di barocchi inferni bauddha oppure possano i loro congiunti rivoltarglisi contro, una volta per tutte oppure a puntate, secca, cielo allo zinco piu’ schegge di che un sano whirling possa farli precipitare,in una surreale gita verso il fiume in improbabili autocoscienze, rusticana superficie assediata, onore ai sommi veggenti, fulgidi progetti di improbabili ricerche interdisciplinari che non vedranno la luce né tantomeno il giorno, ruvide discese nei sotterranei dell’opprimente edificio misericordioso, tra i tanti palpiti, macilente stesure nell’hangar ermeneutico per kafkiani sapienzei, possa tutto cio’ finire in una fitta foresta di ortiche giganti, s’è perduto in quali spire parecchio punitive e sembra essere come certe mattinate plumbee alle scuole medie sulle quali conviene sospendere il giudizio, la negatività ontologica peggio degli olocausti nucleari o degli esperimenti a los alamos o quale accidente nervino, valori autentici o storie di vita vissuta o vera, che differenza fa, c’è sempre chi non è bastevolmente all’altezza di chissà quali corti di re artu’ e i suoi sgherri o altri seguaci scarsamente prezzolati, forse non era troppo cotto o provvisto di qualità elegiache o cos’altro ancora, atmosfere insostenibili con serie di coproduzioni indicibili, non saranno bastevoli fiorite ghirlande di rinascite né il wat pho, eppure sono vivo dovette dirsi, consolatorio nel coacervo di perle di sapienza per bufali neanche acquatici tenuto assieme con argomenti mirifici e sformati di pepite di entlebuch sepolte da ingredienti segreti, come aveva detto lei si’ anche a voi e per tutti noi, cosi’ è stato udito anche dalle mura e forse ma forse dai sordi che lo istoriarono ai ciechi, il convoglio s’arresto’ in una enclave da urlo, frammenti di declamazioni sui grandi del presente, lattine giganti di bevande esilaranti, nubi zeppeliniane di misture fatate, distributori di snacks polverizzati da palle chiodate o vigorose orde di imbestialiti, qui vissero e si espansero grandiosi saggi illuminati e illuminanti, con successivi ampliamenti faunistici non tra i piu’ leggiadri, frattanto giunsero segnali di vita che narravano di gite sulle nevi dello yeti ovvero di risanamenti piu’ o meno riusciti di settori molto out ultimamente, con glosse criptiche anzicheno’, niente chalet metastorico né visioni della piana di lumbini, troppo screanzati gli eventi degli ultimi tempi, al limite se proprio proprio dopo tutto cio’ che era stato fatto, largito e via dicendo, non restare a dormir sola, quasi necessario rifugiarsi in un covo di lesbiche delle caverne o in un coro polifonico barbaricino, tra un po’ l’ora stregata farà il suo ingresso e una trincia di sonno rem sarà carpita o sacrificata agli dei delle zone contaminate o denuclearizzate, incapacità di redigere minimaliste epistole, qual strazio, sortendo dall’antro cinematografico apparve l’imbufalita consorte del reduce da sindromi patatropicali ovvero inebrianti traversate riparatorie nei mari corallini di sontuosi arcipelaghi di gusto eccelso, ahi que dolor, credeva che il contributo alla dissoluzione della loro fulgida unione ovvero chissà quali incontri conturbanti, con sosta verso ruderi pseudogotici per concludere narrazioni di stati di agitazione o sortite dagli emisferi next age anch’essi asfittici, ecco appunto, la notte piu’ lunga tra turanici ulivi fulgidi chiari di luna ragioni della fede o vicende non tanto lecite, atmosfere vellutate tra acacie fiorite e rimembranze fin troppo articolate o proliferanti, frattanto schiudevasi una dimensione altra, privazione e interrogazione mentre gli eventi venivano inghiottiti in poco efficace precipitazione, passaggio alla lotta armata o quasi o forse che trattavasi di tornei di sumo tra verdi colline poco nirvaniche, nell’antro sensazioni troppo potenti con strascichi lirici anzicheno’, poi il ricomparire dell’improbabile hombre sotto ancor piu’ incredibili sfaccettature prima di essere – o forse già da sempre - trascinato verso universi di elettra o altri personaggi orrifici senza pietà, tipo giona nella balena senza storion, aiuto aiuto sembrava quasi sussurrare, stati indescrivibili nella scacchiera magica o regno di non si capisce quali prestigiosi principi o principî, der stand der faktizität, solidi palagi rigurgitanti meraviglie, calici dell’amicizia carichi di frammentazioni cordiali o conflagrazioni pneumatiche, verso percorsi napoleonici interrogandosi sulla storicità o la schiavitu’, altra discesa in sotterranei non proprio apostolici, poco dopo un altro essere la fece scomparir e con essa i significati dei significanti o la spazzatura di inconsistenti distanze semantiche, soleggiato l’arcadico pascolo o cosa cavolo era, non poteva mica continuare cosi’, forse se non avesse avuto l’audio, intanto tra gli orrifici il prosieguo gli orrori e le oscillazioni traboccanti di insolubili, la grandama traeva notevole godimento visibile ovvero respirabile, pare, anche le gite rustiche erano una gran figata piena di entusiasmo e motivazione, chi non partecipava non poteva certo ritenersi degno del da-sein o degli esistentivi, diamine, opacizzazione del tattva che lo condusse dalla sua antica amante con deliranti manovre ovvero sessioni shivaite verso sublimi metafisiche della luce riciclate piu’ da vite precedenti che non da plumbei contesti attuali dove il logos si appiattiva sulla consistenza del rognone o la possibilità dell’agnello macellato, ritirandosi su se medesimo e risultando di un corpo ferito, affranto, demolito da ansiolitici di fortuna, litri di bevande metamoscovite, aforismi insopportabili e ionosfere invelenite, impossibile riciclare seta o candore o altri artifizi, dov’é finito quel senza eguale, che cosa é stato distrutto da chi, l’entropia e i serpenti intorpiditi che si mordono la coda senza neanche un’ombra gnostica, annientamento o ultracorpi, d’altro non succede nulla direbbero alcuni, crisi filosofica ed esistenziale arricchita da interruzioni troncamenti alla radice operazioni assai pragmatiche, metamorfici flushing meadows senza che i mostri atterrassero con le loro molestie, cupe vampe o livide e soporifiche stanze di fortuna, quale aridità, tra i preta non dev’essere un granché, meglio cosi’ oppure also sprache qual paragrafo di sein und zeit che rifarà la sua invasione, proseguiva l’effusione dello spirto democratico su baghdad, giornate belliche cariche di tensioni psicologiche oltreché di raffiche, vale la pena approfondire, aridi universi giuridici decifrati alla bell’e meglio, la sacralità dell’anandagocara senza elisir psicotropi, le perle ai porci, storie parallele verso la sorgente petrolifera, sembrava quasi dunque di sentirsi venir meno l’augusto terreno da sotto le estremità, una percezione avvilente eternamente presente e ineffabile, tra i giardini di allah qualche fiore inebriante spandeva sogni a tripla mandata o altri nonsensi, tra le mura di chissà quale profeta che ogni primo sabato del mese stordiva i piu’ coriacei decantando miracolose virtu’, meglio le montagne russe che parevano addirsi all’instabilità contestuale o alle sue articolazioni, ecco dunque le anime difettose di chi si nutre di negligenza menefreghismo e illusioni atroci, solenne la costruzione color topo in puro cemento armato con vista sul tempio dell’unione di maiali, accanto cataste di riviste fin troppo prestigiose dal cui riciclaggio sostenere popoli lontani o altre iniziative ammirevoli, come sempre, fastoso ritorno da attricetta isterica, blasonato da oscure pratiche purificatrici o edificanti soggiorni su cio’ che resta del vicino oriente preconflagrazione, se aveva dunque gettato i semi, quali frutti deliziosi, massaie rurali gongolanti e funzionari lividi che raccattavano gli ultimi petroldollari su tavoli poco arcadici, è bello ritrovarsi, con canti e danze, poi al piano superiore della mescita futurista liquidando le meraviglie della casa, fotografie introvabili di memorabili mattanze di camosci carpite per l’occasione - ché non si sa mai, a volte tornano - durante interminabili giornate di zinco consacrate ai pilastri di improbabili esistenze, cos’avrà poi fatto la juve ergo qualcosa é rimasto, l’epa ingorda protesa in avanti, la giacca gessata che sprigionava potere e gloria, accanto i soliti seggi in plastica scarlatta, nota coronata niente fascinosa ma era già tanto che qualcheduno si prodigasse in sfere melodiose, eccoci, was heisst sich in bedeutung orientieren, chiedetelo a quel sapiente avvolto da loden tirolese e virgulti dai nomi biblici ovvero dall’ipernutrita sposa, altra vacca da guerra, la mattina uno sfolgorio di bevande liofilizzate in preparazione a cammini salvifici verso cime asfittiche, l’altare pieghevole sostituito da un provvidenziale sasso, non so proprio come far oppure né con la guerra né con gli eserciti ma col suo santo spirito, phänomenologie des geist, signore del grande universo piu’ altri attributi forse plotiniani, zitti voialtri o vi do un pugnatone sulla testa, e adesso con plinio ci sarà una bella caccia al tesoro, su forza, ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo, il prosieguo si perse per carducciane scarpate o nei calderoni infernali, una taunus carica di vettovaglie verso un pianoro poco propizio, oggi vi osservavo, qual novità, osservatori permanenti di rose niente mistiche, e la mia faccia sovrapporla a quella di chissà chi altrooo, se pesco chi fuma dietro i pini lo concio per le feste, de jure predae, l’abitabilità del pneuma o altre vicende per dolorosa via, ecco il bigoncio approntarsi per il lauto pasto, e ringraziamo anche per coloro che non ne hanno.



07/06/07

Ditlinde Persefone Mendez


foto punitiva inchiodata alla parete, la donzelletta in versione campestre, davanti a te un cigno, un’adepta dei draghi o dell’eroina, qual vorstellung di corto vedere avvolta in spire robotiche, chi potrebbe anelare a cio’, con magari la pretesa di rivederla e che oda silenziosamente la gracchiante scoperta dell’ateismo o altre confutazioni parateologali patafisiche, meglio non pensare ai tavoli ligi con apparati ancor piu’ ligi e atmosfera pesante, confettura semovente pane di spago e bevanda gusto cacao guatemalteco, ingrasseremo mica, animo anemos vāyu, benché fosse il regno di indra o altri urlatori prezzolati, impossibile darti cosa vorresti e comunque non ora non qui, vale lo stesso per chi riattivo’ non si sa quale varietà di ourobouros, si perse anche l’efebo libico tra le disciplinate orme del palagio della guarigione, trafitta la sfera incantata, a pezzi la narrazione, playstation oppure miles davis sempre che sia la giornata adatta, sognare di sognarti, un sogno troppo comatoso, svapna o altro modello di turiya per nuove sensazioni, inutile appropinquarsi a ciliegi in fiore o flushing meadows, sciocco ogni fiacco tentativo di sortita dal vastissimo penitenziario con ora d’aria in poli petrolchimici o in laboratori telescopici, bang pa in, esterno giorno, alla vostra destra una dacia acquatica, entusiasmo ebetudine e succo di crisantemo, sat nam, accentuare o ridurre la luminosità, scandinavi alterati trangugiavano l’acqua reale, cavolaia trasformata in padiglioni museali, molto prima trifoglio gigante e frammenti dei dati di coscienza della sera precedente, ora dal logorante monologo quadrangoli con individui assai motivati, autentici commerci tra utilizzabili o esistentivi, se tu dai una cosa a me, oblo’ sull’opaca radura, infelici le tuje e i pini, qui sarebbe una figata ma spiacerebbe doversi spostare chissà quante volte al giorno, la non funzionalità, la problematicità, l’inaudita scarsità di pensiero di chi era già insopportabile al ginnasio e figuriamoci adesso, moltiplicazioni e accumulazioni con ridenti parate, acque stregate dove prosperano gamberi di fiume. Se ancora ci fosse sufficiente apertura verso chissà quale abisso a sorpresa, quale audacia nel pronao del polivalente espacio cultural, mai dovechessia alcuna legge é stata insegnata né potevano intravvedersi orme che non fossero di affaristi predicatori o vice versa, iniziative cartapestaie faranno risplendere indicibili luci taboritiche e immaginabili risvolti, la condivisione del corno di lepre, camminare leggeri cercando di sortire dall’ilico poiché il pneumatico troppo radicato era già da sempre e lo psichico polverizzatosi in chissà quale inflazione, viva la gente, dietro inguardabili affreschi, davanti i grandi del presente, applausi scroscianti e viscerali, non temerai il terrore della notte né le spire dei cobra, anticipazioni della percezione, vi conoscete, certo certo, si las cosas que uno quiere se pudieran alcanzar tu me quisieras lo mismo o giu’ di li’, pusillanimi tentativi di plagio o come potranno essere definiti se ancora vi saranno possibili giuochi linguistici, se avete compilato i moduli appositi che son stati distribuiti, ecco il moro dagli stivali improbabili, poi una carampana fine carriera con calzone da collasso, un pasciuto specialista di sconosciuti dipartimenti, una dama senza ermellino che ci teneva a precisare che, un dottore professore che era meglio non interpellare in quanto coinvolto in realtà significative, pure troppo, con o senza sciroppo ci si perderebbe per strada magari con mal d’auto, ecco i calici delle cicogne ricolmarsi di ginger o scoppioingola, storia parallela della fabbricazione della soda a barranquilla o in altri luoghi, laboratori di uraniborg che lo faranno scomparir, los familiares de la novia, questa nostra realtà appunto, lo diceva prima l’insigne e stimatissimo, potesse transitare negli altiforni o in non precisate discariche di gerico, i passi avanti nell’elefantesco macchinario, tolleranza zero verso questo tipo di intransigenze e non altro, sarà perché si fa parte di questa cosa qua, motivare i giovani, motivarli proprio verso l’apertura, che sia imboccare il vecchio o partire senza formazione verso mondi sconosciuti, siam già in ritardo per le conclusioni e se qualcheduno avesse delle domande o si trovasse in disaccordo, se parlasse piu’ forte, non si sente, questa nostra rivista, bellissima, i nostri progetti, lo zelo dei nostri collaboratori, interno giorno, scrivania in subbuglio e stati di agitazione, non é per essere indolenti, trovandosi con le mani legate, per non dire incaprettati, non potendo promettere nulla perché quelli là non si sa come sono entrati e al momento non si prevede granché, conciossiaché il suo nome avrà trentasei lettere, quadriglia missionaria su gracili bufali, gracile anche l’aperitivo, ecco la donzella in tweed antiassalto, stavamo dicendo, in fuga dal minaccioso coacervo, prodromi durante un avvilente diaporama e uno sguaiato concerto celtico con crescente prosieguo in sconsacrato tempio, trombe forse di gerico con polifonie e melopee, affinarsi del paesaggio acustico che diveniva derviscio, sosta fatale su sabbie fluviali e l’istoriarsi di inenarrabili folgorazioni, l’entrata nella corrente a rischio di contaminazione da parte di livide damigelle, stizziti eterni e via dicendo, un magico ritiro in antro propizio alla disopacizzazione e alle danze che continuarono nelle selve, in prossimità delle acque, nella nebbia, qualsiasi luogo, fino all’irruzione del glaciale shabbat che comprimeva ogni cosa, ancora qualche escursione notturna rileggendo passi illuminanti, sempre che, poi misteriose aperture che sembravano chiusure a tripla mandata o reclusioni con tecnologie proprie. Risalita sul fantasmagorico grattacielo, fulgida la volta o cielo da celare che incoraggiava tornei di kendo, si vedeva anziano e niente saggio e la sentiva rifiorire, un samovar molto decadente e la persuasione a una gita rigenerante tra i vortici partenopei a risanar la fiacca unione con l’imbufalita concubina, aporetico sarebbe ricongiungersi, synousia antigelo dall’arsenale, nell’impossibilità di avere con te un rapporto orale, cosi’ il testo, biblico referente alla necessità della condivisione di insanabili disgrazie piu’ che a improbabile fellatio o altre giostre pigre, intanto dal tempio il nataraja riaccendeva adimensionali fiamme nella durata, cloroformio nelle proliferazioni noematiche e le restanti vorstellungen, in principio erat sermo, volteggi puranici interrotti da chilometrici messaggi dove si macerava, prendeva coscienza delle avvilenti sfere, lanciava sprovvedute richieste di soccorso, si lagnava piu’ di Geremia, inserimento di laconici aforismi pescati direttamente nella rete ovvero riciclando quanto restava di fiacchi esiti, chi parla non sa chi sa non parla, bovindi stile fascio e strazianti châlets prototirolesi, un insolito temporale era finito da poco e l’aria pareva piu’ respirabile, ultracorpi che si pascevano strada facendo, fonte magnesiaca con risultati psichedelici, fiere genti piene di risorse forse perché non tirano via niente, mai, che se corrispondono alla sfera decameronesca é meglio neanche immaginare le crocifissioni (sangiovannidellacroce, appunto), prosseneti convertiti alle ultime encicliche, un po’ problematico trasporto di componibili mobiletti komsomolskaija o largiti dalla portaerei del truciolato, funeste zaffate di naftalina mista a cipolla egizia e rivolgendo pensierini non proprio apostolici e trangugiando bevande del terzo reich.