30/08/09

laura silvestri: sottrazione



Queste montagne inestricabili sono il regno e il suo confine.
Si vive in remoti pertugi, a valle, negandoci ad ogni ascensione, quelli di noi, esigua minoranza, che l'esilio ha eletto a suoi scalcinati ministri.
Esilio dentro il regno, nel cuore stesso del territorio, negli interstizi lasciati vuoti per distrazione.
Tutto attorno è questo brulichio, questo bisogno vuoto e neutro di sopravvivere aggrappandosi all'esistenza congelata delle cose.
Dalle stanze isolate, da questa sottrazione, si distoglie lo sguardo, si ha ritegno a parlarne.
Ma ci sono visioni nella notte, quegli spazi che si aprono nel cielo a grandi altezze. Non così in alto che non ci si possa immergere e scrutarne i bordi frastagliati, là dove i limiti aprono il vuoto sgombrandolo all'ascolto.
Accadono nell'arco di molti anni e si danno a vedere dall'alto di queste montagne, centro e confine dell'esistente, entità e margine della geografia che è stata concessa.
Ma lo scrutare da tali vertici lungo i margini e dentro la materia che risuona non è dato alle maggioranze dei camminatori che qui dominano i luoghi e conoscono valli e crepe, gli sfondamenti con le croci dei precipitati, e i sentieri i boschi e tutti i tipi di fogliami digradanti e impallidenti verso il cielo.
Questi evanescenti diorama come da bocche di vulcano aperte a tali altezze nella notte ghiacciata si mostrano ai più oziosi imbiancati che per i lunghi anni inveiscono al monte, alle creste, stando immobili chiusi su sé alle pendici.
L'origine e il confine furono sempre per loro incompresa dannazione.
Ma li ripagano quelle notti – una due al passare di una vita – quando a loro spetta il cammino, veloce agilissimo, impensato, per quanto senza moto, il monte è una bestia domata, il confine s'infrange al solo fissarsi dell'occhio.
Lassù sollevati, nel vuoto gialloarancio che si apre, hanno sagome forti eppure sfasate come di chi danza controvoglia, con gambe pesanti.
- Ci sbilanciamo. Verso un'acuta striatura verdedorata, come in progressive frane, scivolamenti.
Come ascoltando il resto di lingue primitive cancellate, articolazoni, balbettii che si affacciano tra i filamenti di questo cielo gelato, noi e loro sospesi in un notturno esilio, su soglie sonore, al limitare di abrasioni, prossime afasie.
Ci facciamo sottili come lamine per risuonare a questo acceso diniego, a queste lacune e smarrimenti, mentre là al fondo la totalità delle voci si scheggia in frammenti inudibili, in scie disperse, ripercorrendo il cammino a ritroso.
Si aprono ferite nella pelle per questi suoni-scheggia, suoni-materia, e intorno è tutto un crepitare un raspare uno sgranarsi attraverso carni sconfinate di cui ci giunge il lontano interno vibrare.
Ecco l'Espressione: che s'incolla alla cornea e al cuore irrichiesta, pura, cieca passione. Il vuoto al fondo dove germogliano le voci senza suono. L'occhio si fa trasparente.
Ma come un lampo si richiude il battito silenzioso, essiccato.
A un volgere del vento, al blu striato che ci fende il capo, in quella distrazione, nel volerci custodire un equilibrio terrigno e cieco, in quella fessura. Nel sostenerci troppo umano scivola su noi rapida la cancellazione, così come precipitosa la nostra discesa ci riconsegna al silenzio oscuro giù al fondo, al nostro ritegno.
Ricondotti al parlare dei più, alla perdita, all'assenza irreparabile, siamo nuovamente clandestini. Tra quelli che parlano avendo da sempre dimenticato.
Nell'universo tornato ad essere taciturno.



26/08/09

gherardo bortolotti: da "tecniche di basso livello"



84-85


84. In grandi masse, migravamo nelle pianure di un brand, in cerca di fonti più ricche di prestigio e di senso delle cose. Nel corso della settimana, la vita si limitava a particolari di secondaria importanza, come il caffè alla mattina, i ritardi dei treni. Alcune scene scollegate, fatte di interni in penombra, angoli con semafori, portoni, si presentavano come la nostra giornata, il nostro passato.

85. Nello stato di grazia della giovinezza, della perfetta condizione di consumatori, sprecavamo le occasioni per essere felici, per avere ragione su qualche cosa. Non capivamo il dolore e ne tenevamo conto distrattamente. Commettevamo, influenzati dalla stagione musicale corrente, errori senza riparo in occasione di amori unici, irripetibili.


68-69

68. Non era sempre ovvia la morale da trarre, il senso delle scene in cui comparivamo, ma l’articolazione di una frase generica, di una considerazione marginale sui particolari dei vestiti o delle facce, poteva bastare a restituirci alle nostre abituali distrazioni. La storia fuggiva in prospettive indecifrabili, e la guerra al terrorismo si astraeva. In molti ragionavamo sui benefici di un’ulteriore apertura del mercato dei servizi, in vista del conseguimento di uno status di perfetto liberismo e di intima purezza.

69. Nei pomeriggi d’estate, quando le maree delle fronde degli alberi, mossi dal vento lungo i viali delle periferie, accoglievano lo sguardo in ondate di verde e brusio, ci ricordavamo di momenti già vissuti e non diversi, di quanto eravamo stati felici, di quanto le distanze illuminate fornissero le prove di una redenzione in corso. Le poche parole che ci rimanevano da dire riuscivamo a rimandarle al futuro, alle ulteriori occasioni di riposo, serenità e comprensione.


206-207

206. Scegliendo di credere ai propri occhi, eve cedeva a un varietà di prima serata le facoltà di intendere e di volere che le avanzavano. Con il senno di poi di chi ha formulato troppi accordi a mezza voce, ambigui, con la realtà corrente ed il sistema dei media, riusciva a distrarsi fissando i particolari d’abbigliamento degli ospiti, la mimica della conduttrice. L’attenzione diventava talmente acuta che scordava, in modo immediato, ciò che vedeva.

207. Dalle regioni periferiche del benessere, in cui ci eravamo stanziati nei giorni della nostra giovinezza, dirigevamo i nostri sguardi oltre le feste, gli acquisti del sabato, le domeniche pomeriggio, e non vedevamo niente. La cavità dello stato delle cose era talmente ampia che venivano a raccogliersi, nella sua volta, cirri e cumulonembi.


175-176

175. Tentavamo di ricapitolare i punti di minor tenuta della nostra versione delle cose; cercavamo di approntare argomentazioni plausibili per superare anche i pomeriggi più estranei, le trasmissioni televisive più corrotte. La mattina, al suono della sveglia, ritrovavamo la naturale sensazione di dolore che ci accompagnava da anni.

176. Ai piedi della democrazia, sparsi nei nostri appartamenti termoautonomi, in ufficio, nei parcheggi dei centri sportivi, cospiravamo per sconfiggerla senza saperlo. Avevamo opinioni su molti soggetti che non ci riguardavano e, la sera, ci riunivamo attorno a qualche equivoco, come il telegiornale, i programmi di attualità, e prendevamo atto di ciò che era in corso, di niente.


20-21

20. Periodi di pochi giorni, in cui tutti avevamo modo di capire lo stato delle cose, la realtà della guerra, delle morti di massa, i bisogni del mercato, gli interessi e le alleanze che percorrevano il pianeta, mentre le versioni successive dei nostri pensieri, del nostro futuro, erano già pronte nelle redazioni dei telegiornali, negli uffici di marketing delle multinazionali.

21. Gli esperti ci assicuravano di avere nozione della politica nucleare iraniana, degli sviluppi della guerra in Iraq e le nostre case ci chiudevano fuori dalla storia, ai confini dei regni mitici di chi non è mai stato interpellato, di chi ha espresso opinioni irrilevanti. Le api stavano scomparendo. In alcuni scorci della giornata, nel mezzo del fine settimana, avevamo l’impressione di essere vivi e, quindi, irreali.





gherardo bortolotti

"tecniche di basso livello"

lavieri

80 pp. - 8,50 euro




> bgmole.wordpress.com <

13/08/09

marco giovenale: un cenno a forma piramidale col vertice verso l'alto


gli alberi invitano a soffermarci, i sì posati, in roseti o in contemplazione, la kabbalah avrà sempre un'espressione di massa, dietro alla quale siamo dietro di noi, come i cani, un milione di cani in prossimità dell'orizzonte degli eventi, appena fuori dal buco nero, costituiscono la verginità, l'albero della vita, l'appercezione estetica, parvamaputhra se vogliamo finalmente soffermarci a guardare dentro di noi, avvicinarci al puro splendore, umberto eco, l'io ideale dell'osservatore, nella caduta di una pietra o di una foglia, questa semplicità intensa che giace sul fondo di una foglia di tè, come facevano gli etruschi nelle associazioni, nella formalizzazione matematica dei contenuti sentimentali, la kabbalah ci invita a cercare un equilibrio fra i bisogni dell'individuo e quelli della comunità, nella crescita degli alberi, nella mungitura della tostatura delle arance, ha un effetto rasserenante e pacificante sul sistema endocrino, si riprende sul recto, dove il lembo è arrossato per alcuni primi piani, prima lo invita a gettare la rete alla contemplazione e all'azione, dove il traditore si è impiccato, fast a tiberiade senza prendere nulla, invita ancora a brillare col lucido gomitolo info che si impiglia nella scogliera, infans, questa sera vorrei avere una telecamera, l'opacità del piombo per volerci bene e passare un'intera giornata a contemplare la natura, cogliendo la casetta di legno costruita tra gli alberi, dove l'anziano gomoshu cinge all'alba il sacro kibuku nero, con i serpenti aurei, il collegio a sinistra e la prelatura a destra, come un infinito albero sereno, che ha le estremità profondamente affondate nel sangue, su un lato, dolcemente, dove ci muoiono a grappoli, dove se solo hollywood sapesse, ancora più dolcemente






marco giovenale: informale per la vita



consolatore, fortificante, insegnandoci ogni cosa e ricordandoci tutto ciò che ci disse l'esploratore pirla poco prima di morire.

ci descrive il sentiero pietra per pietra, la trasformazione del personaggio, come e perchè cambia il protagonista di una grande storia.

con grande soddisfazione si è constatato un ulteriore aumento, nel 203 d.c.

con ciò si può mettere punto.

ora: risvolto sociale della storia:

l'acquedetto sullo spirito del barocco è pure una pagina di storia culturale europea. ne convieni? ebbene, il servo ha i tosatori presso di sé. a sette anni giunse terzo in un torneo per ragazze.

tutti erano appiedati, eccetto pochi cavalieri ed armigeri sui fianchi nei musei. ci disse distrattamente:

provate il tiro alla balestra, non ve ne pentirete.

molti anni dopo capimmo. era stato molto utile anche per l'allattamento e i datteri.

tutti avevamo le lacrime agli occhi e in altre parti del corpo.








03/08/09

gino gorza: appunti per un video






Appunti per il video realizzato da Andrea Balzola e proiettato in mostra

Dal catalogo della mostra "Gino Gorza", Bardonecchia (To), 8 aprile - 1 maggio 2006




02/08/09

jeff crouch / diana magallon




the golden saddles




escape velocity




mein hund




mein stier




mystique




sin efecto




stop thinking