11.9.08

Particelle Instabili: Ikea a Chicago



oceani tremanti di grano
che i cofani in schiera rimandano
all’asfalto del parcheggio:
prismatica e altera rimani:
tempio estremo
ultima Thule
tra l'assorto silenzio del Midwest
e l'abisso
sciamanica già nella scelta del luogo,
al termine sempre di un voto e un cammino
(non si dice: “ già che passo da quelle parti, ci faccio un salto”)
vergine ai segni,
vascello del superstite raccoglimento,
mia idea contraffatta e perciò incontraffattibile
del puro:
mi abbaglia pensare
che Gandhi o Richard Nixon
non potrebbero avere un’Ikea più funzionale della mia
o più mitopoietica
o con anfratti più maliosi nella sala magazzino
dove a volte (si racconta)
tra le ombre delle ultime corsie
di un cliente benedetto si ritrovano
solamente poche ossa ben sbiancate,
indigeste alle sirene.
Ridoni ai tuoi nomi il mistero del sacro
e Snorri riporti a Shangri-La:
Ljudal è di nuovo il dragone
che naque dal piede di Ymir;
Inreda è ora il tronco dei mondi
Norrebo il destriero di Odino.
Nei favi componibili vi è un’eco
(per chi la sa sentire)
promessa di un mondo accurato,
leggero, pieghevole, finito;
la danza di forme create
a saziar l’un nell’altra ogni conflitto;
la chiave che tutto sutura;
e il legno la pelle la piuma
adesso investite di senso
si scoprono a parte del disegno
(simmetria, simmetria, per piccina che tu sia)
di aurore sognate nel ghiaccio e cristallo,
e notti semestrali, bagliori nel camino,
pipe di gesso, sci di legno,
giacche di renna e sfilze di consonanti,
gole secche che cantano là fuori nella
steppa?
tundra?
(comunque muschio grigio e brina antica, a vista d’occhio)
(si vede che hai viaggiato, studiato, letto Ossian)
da piccolo avevo il terrore che i santi mi apparissero
o la Madonna
o Babbo Natale
ma dico te lo immagini
Babbo
Natale
così, per davvero, stivali e saccone,
in casa MIA?
Nel caso senza dubbio avrei urlato.
Quest’oggi da solo guidavo
tra oceani tremanti di grano,
di masse dorate ed incerte,
e non avevo nessun mantra da intonare
non avevo una difesa (una qualunque!)
da quella morsa arcigna
di possibilità
di orrenda libertà
di cielo intrappolato nelle spighe
di assedio all’abitacolo
di un demiurgo sfiduciato come me.
E so che potrei assemblare l’universo
se solo accettasse la carta di credito
e avessi le istruzioni.
A volte ho sognato che la notte stavo chiuso nell’Ikea
che mi potevo muovere sereno nello spazio e nel tempo specifici dell’Ikea
planando in un mondo soltanto di interni
dove tutto trova posto in un cassetto o uno scaffale
(inclusi i cassetti e gli scaffali, in cassetti e scaffali più capaci)
popolato di famiglie appena implicite
le ombre abbracciate di Hiroshima
l'ideale vicinato
e passo dalla tavernetta di un collega alla cucina di un amico al salotto della nonna
mai simpatica e gentile come adesso
che è morta:
la ritrovo alla consolle
di una cucina in tinta rame:
ha una torta di mele
e un bicchiere di latte.
Per me?
Riappariamo in un altro salotto
e poi un altro
viaggiamo in non meno di cento
ogni stanza col suo latte, la sua torta, e la sua nonna
e le sue confortanti simmetrie
da sbarre nelle sponde del lettino
(“è per proteggerti meglio”):
e poi la mattina i custodi
riaprono i cancelli dell’Ikea
e io non ci sono più.