26.6.07

Ditlinde Persefone Mendez

il trip da in fieri divenne infitias, sperare che si materializzasse la dea nera o qualche divinità dissidente, esterno giorno, area quasi boschiva nella contea dell’antico forfice dove un tempo apparivano singolari fate, cielo turchino come in cicli precedenti tra mappe della via della perfezione o battiti delle ciglia del misericordioso, ormai la cronologia non ha alcun rilievo, meraviglia che non ci siano stati incontri altri, degni di nota, da catalogo operistico o da urlo, mestizia in agguato tra le frasche, frattanto il poco celeste mandato tra i miracoli dell’accanimento agonistico, della progettualità o del vassallaggio, accanto al padiglione tutto lo stardust immaginabile, sbandieratori ligi o pigri, divi prezzolati dal fantaturismo, la visione del sabba, sostanzialmente più adatto vedersi fuori dal coacervo di consacrazioni e benedizioni, insonnia incipiente, risalire con il velocipede l’angusto asfalto, le membra che si illanguidivano e sembrava di dover percorrere ancora non si sa quante parasanghe, i trapassi dei guru che cercano informazioni presso gli indovini o consultano i tarocchi marsigliesi prima di varcare l’uscio, bianco per le vesti e per gli spirti, raggiungendo ciò che resta di stregate fortificazioni o una discarica, che amarezza o che detonazione, meglio non approfondire eventuali fantasticherie, niente storie-lampo ma rigori argomentativi che in un apparente torpore divenivano fanzines da leggersi presumibilmente l’indomani, quanto potrebbe essere ritemprante fuggire dalla caldana sofistica verso la valle delle rose o da un’altra parte, percorrere placide radure istoriate da pittori itineranti, il cicerone narrava della grandezza degli asburgo-coburgo, sacre famiglie di tutto il mondo unitevi, la condusse in un’arena e la fece scomparir dove un tempo prosperavano i cedri prima che il clero provvedesse a disboscare per costruire altri regni dei cieli, sessione senza tregua che fu anche l’ultima della serie, detestabile anche soltanto immaginare anticipazioni della percezione, esistenze disordinate, così lui, il resto in un calice di gin o calvados, come se ci si dovesse giustificare di fronte a quei bifolchi, clima polare, ritrarsi della luce, altro messaggio gravemente criptico, quell’altro essere in fuga da sé medesimo, la sua sensibilità l’aveva riportato, attraverso gli ulivi, trascendere quattrini o stati civili come se ci si catapultasse in un night anni cinquanta mentre fuori non cambia nulla, che ci si trovi sull’oceano o in un rimasuglio di vestigia della legione tebea, iniziato da una carampana non si era mai ripreso, sentirsi malissimo, non poteva accettare che potesse finire mai e per nessuna ragione, socialità, uova fatali, fuga da un retablo aragonese, possa dunque pacificarsi questo monsone, giungeva una missiva in due episodi, sul merito e il demerito, annotava poi la vita mia é un abisso di viltà, deleterio spiegarlo attraverso asettici codici, in hoc signo dunque, inusitato definire se medesimi in un gran canyon di colpevolezze, ascenderai ai cieli di indra o altre divinità, non vederlo era straziante ma vederlo poteva essere anche più doloroso, vista la cornice entro la quale ci si trovava a esser gettati, nell’ambito di cui all’oggetto sopra, frattanto notizie sui fiordalisi, sui balletti russi e altro ciarpame riempitivo, dalla sacra sponda ancora più fiorita la cronaca, voluttuosi segnali che senza scomporsi anelavano ancora e sempre a una ripresa di sentieri interrotti, quello che sei per me, non-sensi linguistici e ancor più surreali referenti empirici, la problematicità, tanta che neanche si poteva immaginare, la preziosità, polvere aurifera appunto, carteggio traboccante con estensione dalle repubbliche liberate dall’est, asteron panton to kallistos, inutile aggiungere altro ad asteniche serialità che selciavano anche l’etere, periplo tra le fioriture, mala tempora currunt, evidente disagio nell’orrido antro, così lui, ma lo spegnimento degli elettrodomestici aveva posto in essere un silenzio che gli era parso eterno, rotto il quale riesumò giasone il tessalo, la nuova colchide e considerazioni inattuali sul volo, le ali, il piombo, cosa poteva voler dire l’onirico in tutto ciò, non ci sono parole né sottotitoli ma non si possono polverizzare anche i sogni o ciò che resta dell’immaginazione, senza baloccamenti né setacciamenti, fraseggi che facevano entrare in una sorta di crisi cognitiva oppure associare riti dionisiaci a personaggi sbagliati, o che estendevano un’indifferenza senza pietà, qui le cronache erano molto diverse, hai avuto il verbo o assaggiato il nerbo, non così né così, impossibile sarà, non movimento, verso l’alba prendeva atto che morfeo doveva aver sospeso l’erogazione aggiungendo che si trattava di una notte da incubo, dall’altra parte la rilettura del quijote, alice in wonderland e presto anche dei villancicos di juana de la cruz, fuori di lì seguaci di raggruppamenti in cerca di ridefinizione, domani ancora o forse verso camelot, spazi unici rinvigoriti da improbabili narratologi, così è stato udito o così potevano dedurre certe astrologie giudiziarie, visibilità minima, agire comunicativo ridotto al telematico e forse presto ai piccioni viaggiatori, inutile parlare di fiori o filtri, eccoci, psicodrammi politichesi e mai niente di più, a cosa anelare se non a una venuta dei farc o a una pioggia opportuna di blue mountain introvabile come i margini della filosofia, a meno di non manifestarsi quali sostanze angeliche, senza ali di cera né mappe eurosiderali, prestazioni da macchina desiderante tra temperature arroventate da onde anomale d’aria fritta, bovindi stile fascio o châlets prototirolesi, un insolito temporale finito da poco, aria più respirabile, ultracorpi che si pascevano strada facendo, fonti magnesiache con effetti psichedelici, professionisti di successo con qualcosa che non funziona tanto, libri edificanti sul percorso di capitalisti che riscoprono la mistica, cosa vuoi ancora leggere, preferibili numeri introvabili di penthouse o diari segreti dell’anonimo ravennate, fiere genti piene di risorse che non tirano via niente, mai, colori prismatici, provvidenziale sospiro della pia unione del transito o di una congrega di prosseneti convertiti in infestanti encicliche al lume di lampade next age, l’incedere di matrone cingolate tra cui la regina del mambo, specialisti, patiti della clessidra, augustissimi e altri sontuosi esseri, si rilegga il libro di amos