14.5.17

Antonio Lupano







Decifrazione o lacerazione, forzarsi al silenzio o torturare in tutti i modi la muta materia per costringerla a parlare, a rivelare il mai detto, a essere il linguaggio dell'indicibile, dell'incofessabile?
Slacciare o strappare, violentare?
Percorrere la strada o distruggerla?
Morire nel tentativo di parlare seriamente, nel conato estremo, in quella che potrebbe essere lo scoppio di risa conseguente ad un'illuminazione con nulla di mistico e tutto di mortale?
Armeggiare con inutili, edipiche astuzie, arguzie o pazienze da scassinatore notturno da Sherlock Holmes, per aprire o per chiudere, ma chi sa?
Concludere che è così com'è, c'è un tempo per parlare ed uno per tacere, e questo è il tempo per tacere benché non ne esista?
Impossibile, necessario, legge, verbo, vagina, ferita, scrittura, silenzio, urlo, parola, bocca, sutura, chiusura, apertura?
Sfera, tempo, spirale, pull?
Al lettore i frantumi, questi, e a Lupano, che spero fra i lettori.


Riccardo Cavallo (da "Scala B", 1976)