24.2.10

Ditlinde Persefone Mendez: In case of loss


in illo tempore figure o personificazioni da scaltrito bestiario tra regali avvelenati e animali serpenteschi, tra impavidi sotterfugi, un mondo alla rovescia o un fiacco trompe-l’œil, un universo di racconti in falsa prospettiva o in cerca di inquietante innocenza, paseabase el rey moro, la pietra filosofale e l’albero dei desideri si schiantarono i desideri delle creature rivelando il simulacro dei vittoriosi, come un incantatore di serpenti che spira dopo aver consacrato un pilastro o recide questo insopportabile fluire con la spada ben temprata del distacco, il presunto sovrano trascina la badessa nel sotterraneo labirintico della sola interrogazione possibile, la stranezza dell’esistenza in improbabile equilibrio al di sopra di un tutto sicuramente maggiore della parte ma sempre più simile al niente, forse un’idra riciclata da una confraternita di gnostici che esaltavano la provvidenziale rapidità dell’addomesticamento e la brutalità dello spirito mercatale, o una creatura in fuga da un trittico di bosch, il soggiorno quaggiù un fatto illusorio, una spossante accumulazione di immagini che derivano forse da viaggi errati sprovvisti di tranquille sicurezze o ancoraggi stabili e sicuri quali certi regni e i loro riferimenti più noti o altre pessime metafore, un problema di governance o un’assimilazione sbagliata dell’aufklärung, lune che irradiano in cima a singolari alberi dalle radici aeree o vigorosi rami di cactus, neanche il tempo di posare le zampe a terra, meno fustigante perdere la testa e non retrocedere di fronte a morte e guerra dissetandosi da fiori e ruscelli