18.5.10

Edoardo Sanguineti 9.12.1930 - 18.05.2010



Sortilegi

Mi faccio bene il mio calcolo, io da me, rosso rosso, seduto sotto gli sforzi agenti. Quelli mi scendono giù a picco, in testa. Sono un dramma di diagramma, dico io, debitamente modificato, appena. Cancello la mezza espansione, anche così immobile come mi resto, ostinato, con un fascio di molle molli, lì tra le mie mani, che me le succhio, che me le coccolo cullandomele, che sono un mazzone di geomoni rarissimi, con diatomee e protococchi, che sono un niente del tutto. Esco, stanco alquanto, da un giudizio piuttosto universale, congestionato rachitico, ringiovanito ma delinquenziale, probabilmente omicida, specialmente fratricida, ma contestato, e con la mia faccia scoperta, e con i miei due occhi, e con la mia cosa tra i miei testicoli, con un'E che mi fa un'M, come in una corte del cielo. I miei piedi rigoletteschi, penduli, sfiorano il rospone di madreperla contaminata, dilatato, che mi mangia qualunque mio mare verticale. Il paesaggio ha un suo azzurro, che è gonfio di aspirazione. Se te lo guardi da O, è quello il mio fondale, con il vulcano fortemente inattivo, di elevazione media o medio-alta, e con più di un'imbarcazione rocciosa, sedimentata, e di un molo, e di un'escrescenza d'inchiostro, o macchia. E tanto tangenziale, però, e nel suo caso, per questa volta, l'espansione è intiera, illibata. È nera. Posso dunque concludere che l'organo rotante costituito da una ruota di notevole massa, con lo scopo di attenuare le variazioni di velocità che si manifestano nelle macchine alternative, o di accumulare energia nelle macchine operatrici a funzionamento intermittente sia interpretabile come una palla leggerissima, costituita da una mezza sfera di sughero recante infisse alcune penne. Fatto bene il mio calcolo, al quale, del resto, alludevo sul principio, qui ogni parola è sdrucciola. E allora le penne sono quelle dell'uccello vero, che in effetti ha le sue ali aperte spiaccicate, mentre la grande gigantessa equatoriale avrà, lasciando da parte la sua cosa scarlattoide, labbrosa e lebbrosa, almeno un paio di tubi di scappamento inquinante. E in moto, dunque. Osservata ancora da O, giace distesa sopra una spiaggia pettinata. Se cammina, lo fa soltanto nell'ottica di N. Se no, pilotata dal volatile, mi precipita distesa, lunghissima, con il paletto conoide ligneo da palizzata infilato in bocca, come una tromba muscolare, regolamentata dalla sua mano sinistra. Così, è a posto. Ma la sua destra non è la sua destra. Mi spiego. Per me, che contemplo il tutto di spalle, gobbetto curvetto, qui a S, il coraciforme la precede appena, nella caduta. Il vermicello ingrandito un numero tot di volte, se non è un ciuffo posticcio, sta dentro il becco. E normale. La donna, comunque, fa fumo, fa smog. Mi sposto a E, molto idealmente, naturalmente, e la protuberanza tenebrosa, potenzialmente stalattitica, finisce che me la disseta a fondo, la mia proiezione creaturale. Certo, codesta ragazzona è piuttosto composita, con quella specie di mammellatura riciclabile, che si porta stretta addosso, ricucita, con affetto, per duplicazione e sovrapposizione. Il ciclo è il cielo, comunque, anche se si esibisce come assolutamente pratico. Ma adesso che la caligine mi cresce in me, io, in idea, vedo male. E penso male, poi. Cioè, calcolo male, sempre. In ogni caso, per farla corta, le hanno amputato entrambi gli arti umani, alla negra concupita. Sono stato io, che me la sono mezza ritagliata, stanotte, in questo modo o maniera, un po'. La colorata, propriamente discorrendo, ci sarà forse tricorpore. Perché, concludendo di nuovo, per deduzione, ci sta una femmina (a), la maggiore, la massima, che mi va compatta dalle costole in giù. Nel caso, oso presumere che mi va in su, sempre dalle costole, dalle clavicole, ma è soltanto che il mio mondo, ormai, mi sta capovolto, da adesso. (Voce fuori campo, dall'etere etereo: «Quand tu le replaceras dans sa position ordinaire, tu reparaîtras tel que la nature t'a formé, ô jeune magicien. Cela, parce que je l'aime et que j'aspire à faire ton bonheur»). — Un silenzio, o due. — Chiamo (c) un insieme che può comprendere, all'ingrosso, (1) un braccio sinistro, supposto anchilosato, con pronunciata formazione di ansa, (2) una zampa antropologica, disperatamente avvinghiabile alle remiganti terziarie di uno dei 9000 (circa) esemplari tipici collezionabili di vertebrati amniotici omeotermi carenati, privi di denti, come me, (3) una protesi di bacino laterale, con apparato di ghiandole, che qui, momentaneamente, censuro ( ... ) . Con (b), potendo, volendo (volando), designo un informe cumulo carneo plasticato, supplementare, non funzionale, vagamente esornativo, in senso mostruoso, fricconesco e fricchettonesco, stile mutanti. Quando rientro in me medesimo, deduco (x) essere le unghie superiori sinistre (da S, normalmente) ritoccate con bianchetti e calci, e (y) due fili di ferro, colore di ruggine antica, ripiegati a U, tendenti a V e W, assunti come connettitori chirurgici. Assumo ( x ) e (y) come incognite notorie. Timbro la carta intelata, cm 110 x 73, e numero l'insieme come 14 (quattordici). (Voce della tropicale: «Allez-y voir vous-même, si vous ne voulez pas me croire. FIN DU CHANT»).

Edoardo Sanguineti





Carol Rama, Sortilegi, 1987



da: Paolo Fossati (a cura di), Carol Rama, Umberto Allemandi Editore, 1989