4.5.07

Laura Silvestri: Canto del riflesso (dall'Antigone)

Voce di
donna - Perché non concederle quello che chiede? I mostri si espongono ai curiosi, agli insulti, ad occhi che frugano e aprono, agli sberleffi. La spoglieremo, lasciandole solo quella sua pancia posticcia di chiodi e bulloni, la trascineremo per le strade della città, davanti ad ogni casa dove si piange un giovane ammazzato. I suoni più immondi, gli sguardi feroci, l'oscenità dei gesti. Saranno lebbra, le bucheranno il corpo, lasciandola a sé irriconoscibile. Il suo ingresso da regina, il suo tragitto, la sua acclamazione

Non cercavo le carni da voi cresciute, dice parlando a sé, non alle altre, le altre, quelle, vivono in un'aria che non è più la sua, scavavo vie sul mio corpo. Combattere per svanire. Diventare trasparente

allora sì, invocherà la morte,vergognosa di sé, lordata, sporca degli sguardi e delle trafitture. Ma dopo la vorrei nella fossa e spalancata, che le cagne, di cui è la vera regina, se la vengano a leccare a lungo.

Lo prendono, dice guardando a un suo vuoto, la dove stanno compressi e annullati cielo e terra e volti del prima, della vita, lo portano via, fuori dalla stanza, nel cortile, trascinandolo per le braccia come un animale che scalcia. Nell'azzurro scrostato, alla parete, sotto la foto della vecchia madre, i fori dei proiettili. Un solco. Come una frattura del tempo. Un primo segnale che la vita sta fuggendo. Mi chiama. Lui era tenero come una pianta ancora giovane, ancora cresceva e si allungava. Lui era il mio specchio. La terra dietro casa era smossa e umida per le piogge d'autunno. Seguii le tracce lasciate dai suoi stivali, come una danza di sventura. Lì ritrovo, là, nel sotterraneo della scuola. Li prego di lasciarlo andare. E' troppo giovane ancora. Possono prendere me, se vogliono. Gli squarciano il ventre, allora, davanti ai miei occhi. Mi afferrano la testa. Il collo, i capelli, la faccia. Mi immergono il volto in quel suo corpo spalancato. Troppo. Caldo. Troppo caldo. Là dentro

Alina - Eppure, se la guardo più a lungo - trattenete il vostro odio, ascoltatemi per un momento - è come se riconoscessi qualcosa di lei. Non so spiegare. Porta forse una sua verità? E se non fosse così diversa dalla nostra, se la superbia del suo affronto fosse costruita su macerie, proprio come il nostro pianto? Ora ad esempio avrei timore di sentire realmente cosa racconta a se stessa, escludendoci. Forse quello è il vero delirio, lì sta il massacro, l'esplosione. Ma è legge della guerra che i cuori diventino sordi e gli occhi non vogliano più vedere. Anche le madri hanno da essere feroci. Un altro cadavere però non ci serve né cagne a frugare nei campi. A cosa ci sarà servito, dopo, mostrarla così bianca e aperta dentro la fossa? Col tempo perfino la pietà tornerà ad accompagnarla. E noi non riavremo, comunque, i nostri figli.

Mi cacciano poi. Così, imbrattata. Barcollo. Da fuori sento ancora i suoi richiami, la voce sempre più lontana. E quel suo corpo poi lo fanno a pezzi, come fosse una giovane pianta abbattuta dalla tempesta, lo gettano in un campo a marcire sotto la pioggia. Corpo rotto. Corpo spezzato. A me, la sorella, lo specchio in cui sapeva di sé l'eleganza, il procedere leggero, a me negano il diritto di raccogliere i resti, ripulirli, nasconderli agli sguardi. Credevano, così lacerandolo, di piegarci. Ma ogni brano di quel corpo è diventato miccia, qui, piantato dentro me, germinato sotto la mia pelle e pronto per la danza finale, per la tempesta variopinta che come turbine spazzerà le pianure

Voci di donne - Adesso è il momento di finirla. Che tribunale sgangherato, incerto, è mai questo. Farsi abbindolare da una piccola commediante. Un'assassina.

L'ho detto. Portiamola in trionfo per le vie della città come lei stessa chiede. E' lei che ci si offre, il piccolo mostro catturato. Poi l'ammazzeremo.

La terra nera non ha tempo di aspettare.

L'ora della guarigione. Infine. Quale forma dare all'addio. Una struggente qualità dell'addio. Deragliare. Prendere per i campi, inseguendo l'odore di tutte le erbe di tutte le estati vissute. Diventare la risata che sale nella gola. Far perdere le tracce. Mio limpido specchio, pensavo quel giorno salendo sull'autobus




Mio limpido specchio - pensò quel giorno
salendo per l'ultima volta sull'autobus -
vado alla città del dolore ma è mattina
di gran sole oggi d'illusione di erbe profumate
di tutte le estati vissute di corse nei campi
di risate nella gola. Mio specchio mio riflesso
di giovinezza quando correvi veloce
quando poi allungavi come i miei i capelli
e quasi m'invidiavi il canto.
Lo so - diceva - è inutile l'agire
dispendio senza misura e senza approdo.
Come se in lei premessero generazioni
sconosciute. Una cripta segreta, mio specchio,
una immensa spaventevole folla
ho al posto del cuore, una nebbia.
Anche tu, infine, sei andato.
Chiudiamo allora questo assedio - pensò -
diamo oblio a queste schiere di non dimenticati
a questi resti mai inceneriti.
Così - dice - guardai nei giorni che restavano
il verde dei campi, il verde più di tutto
mancherà a questi occhi,
e il mutare della luce nelle ore
come l'alba arrivava lentamente
come alla sera si spegnevano sui volti i colori.
E notti intere ho vegliato per contare
ancora una volta i minuti nel silenzio
e portare nella mente come di lontano
i gridi si rispondono di animali spaventati eccitati
come le cose si richiamano nel buio
assicurandosi così del loro esistere.
Confine. Invidiabile licenza.
Lei non più tra i vivi, non ancora tra i sepolti
ma accesa, come se il vasto mondo
la prendesse nel suo sogno
solo allora a lei svelandolo, in dono.
Infine, mio chiaro specchio, ho preso quell'autobus.
Ma prima, nella vetrina del negozio,
a lungo ho guardato quelle bellissime
scarpe - erano rosse, erano di vernice
erano come le avevo sempre
sognate